EDITORIALE: Una banale storia di nomi

di Marco Borghetti

Scuola di Scienze Agrarie, Forestali, Alimentari e Ambientali, Università della Basilicata, viale dell’Ateneo Lucano 10, 85100 Potenza
Email: marco.borghetti@unibas.it


Non occorre scomodare la cosmologia di Democrito, la grande poesia di Lucrezio; la spiritualità di Francesco, in cui la natura è madre e sorella, o la metafisica di Spinoza, che toglie all’uomo l’autonomo impero e lo fa parte del tutto. E non serve neppure aderire all’idea della complessità dei sistemi, della loro intrinseca incertezza, a questa o quella filosofia naturale. Non serve scomodare il “grande pensiero” per concordare sul fatto che la gestione delle risorse ambientali debba pragmaticamente fondarsi sulla ricerca di un equilibrio fra uomo e natura.

Stabilendo un’alleanza che serva a scongiurare rapporti sempre più conflittuali che potrebbero avere conseguenze difficilmente controllabili; per evitare che l’uomo, creatura formidabile ma terribile nella sua propensione a trasgredire i limiti, entro un brutale limite sia bruscamente ricondotto: per cambiare un rapporto in cui il fine dell’utilità ha quasi costantemente guidato le azioni degli uomini.

Dobbiamo adottare un nuovo paradigma, fondato su un rapporto rispettoso ed equilibrato con la natura e i suoi processi, su questo siamo (quasi) tutti d’accordo. E gli ecologi forestali e i selvicoltori fra i primi. E allora come mai – lo dico anche a me stesso – continuiamo a descrivere  il rapporto fra uomo e foresta in termini di “servizio” da parte della foresta, usando locuzioni come “servizi ecosistemici”, “infrastruttura verde”, “erogazione di utilità”, e così via? Forse è solo ingenua inconsapevolezza, forse solo pigra comodità. Si dirà anche: è solo una banale storia di nomi. Forse è vero. Ma dall’origine del linguaggio e poi della scrittura, i nomi individuano le cose e danno indicazioni sulla loro sostanza, su ciò che sub sta, e sono lo strumento per una comunicazione che non sia ambigua.

Rimarranno solo i “nudi” nomi, avvertiva Umberto Eco alla fine del suo bellissimo romanzo: e allora potremmo cercarne di più adatti.