EDITORIALE: La doppia faccia del vento, come Jekyll e Hyde

di Marco Borghetti
Scuola SAFE, Università della Basilicata, v.le dell’Ateneo Lucano, Potenza (Italy)

Pubblicato in: Forest@ – Rivista di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, vol. 16, pp. 37-39. – http://foresta.sisef.org/contents/?id=efor0070-016&lang=it


Della tempesta di vento (Vaia) che si è abbattuta l’ottobre scorso sui boschi del triveneto, della sua entità, dei suoi effetti e delle ricadute sul piano della gestione forestale e della selvicoltura, questa rivista ha dato prontamente conto con valutazioni scientifico-tecniche (Motta et al. 2018, Chirici et al. 2019), e qualche commento editoriale (Borghetti 2019). Dopo una passeggiata di fine primavera nelle vallate e fra i boschi battuti dal vento, aggiungo qualche altra breve considerazione, sulla faccia “cattiva” e quella “buona” della tempesta.

Incominciamo da quella cattiva: la tempesta ha causato emergenze ambientali e infrastrutturali, in parte già affrontate e risolte dalla gente e dalle amministrazioni locali; ha determinato e sta determinando perturbazioni nel mercato del legname, con conseguenze importanti per i bilanci economici della comunità, soprattutto nel caso dei piccoli comuni. Ma il vero effetto “Hyde” penso sia questo: ha colpito nel cuore la gente di montagna, legata ai propri boschi, frutto del duro lavoro di nonni e genitori. Questo vale soprattutto per quelle zone (e ci sono, penso soprattutto a certe vallate della provincia di Belluno) dove l’economia e la mentalità collettiva non sono ancora dominate (ogni tanto stravolte) dagli introiti del turismo, e dove la gente sente il bosco come “casa sua”: si tratta di un aspetto che merita molto rispetto.

E ora passiamo a quella buona: alle quote più alte (boschi della fascia subalpina), dove il bosco ha un’impronta di maggior naturalità, il vento ha semplicemente fatto il suo dovere come necessario fattore di perturbazione. Il succedersi dei disturbi è infatti condizione necessaria per il ciclo di rinnovazione della foresta, in particolare negli ambienti più difficili come quelli di alta quota. Il vento ha creato le aperture di chioma (Fig. 1) necessarie per il naturale ciclo evolutivo della foresta. Quando soffiava forte fra gli alberi, abbattendoli a gruppi, i vecchi forestali parlavano del vento come del “martello di Dio”: in qualche modo avevano ragione, il buon Jekyll si è preso cura del bosco. Ci sarà chi, fra i nostri colleghi, provvederà a monitorare la dinamica del bosco, e fra un po’ di tempo avremo il riscontro di questo effetto positivo della tempesta: ha plasmato il bosco nel quadro del suo ciclo naturale. Nella fascia montana sono venute giù come birilli le banali (sul piano della composizione e struttura, non certo se pensiamo faticoso lavoro che è stato fatto per crearle) fustaie di abete rosso di origine artificiale, costituite in periodi diversi nel corso degli ultimi cent’anni. Le superfici più ampie di bosco atterrato (Fig. 2), cui fanno quasi sempre riferimento le immagini diffuse sui media, si trovano qui. A parte le situazioni in cui sarà urgente provvedere alla stabilizzazione dei versanti, se avremo la pazienza di aspettare la rinnovazione naturale, si formeranno boschi più variegati e resilienti.

Concludo con il commento a due notizie: una, molto propagandata dai media, sostanzialmente falsa; una, ignorata, vera. La prima: non è vero che la foresta di Paneveggio (la foresta dei violini) sia stata distrutta, i de profundis mediatici potevano risparmiarceli (Fig. 3). Quella vera: la bella cembreta del Passo di Lavazè è stata in buona parte spazzata via (Fig. 4); mi è dispiaciuto, qui da molti anni portavo in esercitazione i miei studenti forestali. Qui il vento è stato sia Hyde che Jekyll. Ma bisogna farsene una ragione: il limite superiore del bosco è un ambiente intrinsecamente fragile, gli alberi convivono con l’incertezza: è naturale che possa accadere, il pino cembro col tempo ritornerà.

Ringraziamenti

Le foto sono di Danilo Travascia, studente del corso di laurea magistrale in Scienze Forestali e Ambientali del­l’Università della Basilicata.

Bibliografia

  • Borghetti M (2019). Dopo la tempesta, i piani dell’uomo e la ricostituzione della foresta. Forest@ 16: 1-2. – doi: 10.3832/efor0071-016
  • Chirici G, Giannetti F, Travaglini D, Nocentini S, Francini S, Amico G, Calvo E, Fasolini D, Broll M, Maistrelli F, Tonner J, Pietrogiovanna M, Oberlechner K, Andriolo A, Comino R, Faidiga A, Pasutto I, Carraro G, Zen S, Contarin F, Alfonsi L, Wolynski A, Zanin M, Gagliano C, Tonolli S, Zoanetti R, Tonetti R, Cavalli R, Lingua E, Pirotti F, Grigolato S, Bellingeri D, Zini E, Gianelle D, Dalponte M, Pompei E, Stefani A, Motta R, Morresi D, Garbarino M, Alberti G, Valdevit F, Tomelleri E, Torresani M, Tonon G, Marchi M, Corona P, Marchetti M (2019). Stima dei danni della tempesta “Vaia” alle foreste in Italia. Forest@ 16: 3-9. – doi: 10.3832/efor3070
  • Motta R, Ascoli D, Corona P, Marchetti M, Vacchiano G (2018). Selvicoltura e schianti da vento. Il caso della “tempesta Vaia”. Forest@ 15: 94-98. – doi: 10.3832/efor2990-015