EDITORIALE: Selvicoltura e schianti da vento. Il caso della “tempesta Vaia”

di Renzo Motta (1), Davide Ascoli (2), Piermaria Corona (3), Marco Marchetti (4), Giorgio Vacchiano (5)

(1) Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA), Università degli studi di Torino, l.go Paolo Braccini 2, I-10095 Grugliasco, TO (Italy)
(2) Dipartimento Agraria, Università di Napoli, v. Università 100, I-80055 Portici, NA (Italy)
(3) CREA Centro di ricerca Foresta e Legno, v.le Santa Margherita 80, I-52100 Arezzo (Italy)
(4) Dipartimento di Bioscienze e Territorio, Università degli Studi del Molise, c.da Fonte Lappone snc, I-86090 Pesche, IS (Italy)
(5) Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali (DISAA), Università degli studi di Milano, v. Celoria 2, I-20123 Milano (Italy)

Pubblicato in: Forest@ – Rivista di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, vol. 15, pp. 94-98. – http://foresta.sisef.org/contents/?id=efor2990-015


Tra il 28 ed il 30 ottobre 2018 ampie zone delle Alpi orientali sono state interessate da venti che hanno superato i 200 km/h ed hanno provocato dei danni gravissimi alle foreste in particolare della Lombardia, del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia-Giulia.

L’evento, chiamato dai metereologici “tempesta Vaia”, ha provocato, secondo le prime stime, l’abbattimento di 6-8 milioni di metri cubi di legname ed è sicuramente il più importante disturbo da vento avvenuto recentemente in Italia, anche perché ha interessato foreste che, oltre ad essere tra le più belle e famose delle Alpi, fanno parte di un paesaggio che è un patrimonio culturale e naturalistico di valore inestimabile (Fig. 1).

Se allarghiamo il nostro orizzonte spazio-temporale, osserviamo però che eventi come quello descritto non sono così rari e così lontani dalle nostre regioni.

Il vento in Europa è il principale fattore di disturbo e agente di danno agli alberi (oltre il 50% del totale) con una media di due tempeste catastrofiche, come quella che ha colpito il Trentino, ogni anno. In totale, il volume di bosco distrutto dal vento in Europa è di circa 38 milioni di metri cubi all’anno (Gardiner et al. 2013). In confronto, gli incendi sono responsabili del 16% dei danni subiti da boschi e foreste, cioè il vento fa tre volte i danni prodotti dalle fiamme.

Il nord-est è stato interessato in tempi relativamente recenti (4 novembre 1966) da un altro evento avente una magnitudo paragonabile alla tempesta Vaia. In quel caso furono atterrati solo in Trentino circa 700.000 metri cubi di legname oltre a 1.300.000 metri cubi nella vicina Austria.

Anche escludendo eventi più remoti, di cui pure si ricordano le conseguenze ancora oggi (Brázdil et al. 2017), negli ultimi 30 anni, un periodo relativamente ridotto se rapportato alle dinamiche forestali, in Europa si sono verificati almeno quattro fenomeni che hanno avuto un impatto molto superiore a quello che ha interessato le regioni del nord-est (Tab. 1, Fig. 2).

Ma quali sono i fattori che influenzano il verificarsi di così importanti danni alla foresta da parte del vento?

I fattori possono essere divisi in 4 gruppi: (1) condizioni meteorologiche, (2) condizioni stazionali, (3) topografia e (4) struttura del popolamento forestale (Schindler et al. 2012).

Dal punto di vista della struttura è evidente che ci sono popolamenti più facilmente interessati da schianti (considerando sia i ribaltamenti e sia le stroncature) rispetto ad altri. In questo caso i fattori importanti sono l’altezza dell’albero (le probabilità di schianto aumentano in modo esponenziale con l’altezza dell’albero – Thomasius 1981), la specie (il tipo di apparato radicale, la forma della chioma e la resistenza meccanica del fusto), le condizioni fitosanitarie e la struttura verticale del popolamento (popolamenti puri, monostratificati e densi sono più facilmente schiantati rispetto a popolamenti misti e pluristratificati – Mitchell & Ruel 2016).

In Italia ci sono aree che storicamente, sia per fattori meteorologici, topografici e stazionali e sia per la struttura dei popolamenti forestali, sono particolarmente sensibili ai danni da vento. Tra queste sicuramente si può citare la Valle di Fiemme (Mazzucchi 1983) dove il problema della vulnerabilità delle estese foreste monostratificate di abete rosso è oggetto di discussione da anni.

Gli schianti da vento dell’ottobre 2018 hanno però interessato una grande varietà di categorie forestali (pinete, peccete montane pure, peccete subalpine, peccete miste, boschi misti del piano montano con abete, peccio e faggio), tipi strutturali (foreste monostratificate, pluristratificate, pure, miste ed anche cedui) e di settori altitudinali. Infatti, quando il vento supera una certa soglia, i fattori strutturali (altezza dell’albero, specie, diametro, coefficiente di snellezza, struttura del popolamento) svolgono un ruolo marginale, in quanto le forze di resistenza dell’albero sono di gran lunga inferiori a quelle esercitate dalla massa d’aria. Questa soglia è stata calcolata in circa 94-100 km/h, o circa 26 m/s per il singolo albero (Virot et al. 2016), e può salire fino a circa 150 km/h , o circa 42 m/s (Gardiner et al. 2013), per boschi particolarmente resistenti (Fig. 3). Al di sotto di questi limiti la vulnerabilità degli alberi e dei boschi ai danni da vento può essere significativamente ridotta con una attenta gestione forestale mentre al di sopra della soglia i popolamenti forestali, indipendentemente dalla struttura e composizione, non sono in grado di resistere alla forza del vento.

La magnitudo e la frequenza di eventi meteorologici di forte intensità sta però cambiando a causa dei cambiamenti climatici in atto (Seidl et al. 2017). Nel caso di Vaia, l’attribuzione quantitativa di una relazione tra velocità del vento e cambiamenti climatici è difficile, ma il ruolo di un’estate assai più calda della media e il conseguente riscaldamento prolungato delle acque del Mediterraneo è un forte candidato a spiegare la particolare intensità del dislivello barometrico osservato.

Parallelamente, negli ultimi decenni è aumentata anche la vulnerabilità delle foreste europee agli schianti da vento (ed agli incendi) in quanto è aumentata la superficie coperta da foreste, la biomassa per unità di superficie, l’età media e l’altezza media dei popolamenti forestali.

Con l’aumento di frequenza e intensità dei disturbi, occorrerà tenere in maggiore considerazione anche le interazioni che possono verificarsi tra diversi agenti (Havašová et al. 2017, Stadelmann et al. 2014, Bottero et al. 2013): eventi severi come quello osservato recentemente nel nord-est italiano potrebbero avere altre conseguenze, come le pullulazioni di bostrico che si verificheranno con tutta probabilità al termine della prossima primavera (Seidl & Rammer 2017) o la diffusione di incendi boschivi (Gömöryová et al. 2008).

Gli schianti da vento sono comunque un fenomeno naturale e la maggior parte delle foreste danneggiate sono in grado, con i tempi delle dinamiche forestali, di rinnovarsi e di ricrescere. Tuttavia è evidente che in molte situazioni, sia per le funzioni ecosistemiche richieste e sia per la necessità di garantire sicurezza ed adeguata qualità della vita alle popolazioni locali, è necessario intervenire per ritornare, nel più breve tempo possibile, ad una copertura forestale adeguata. In questi ultimi decenni le Alpi, soprattutto nel versante nord, sono state interessate da diverse tempeste che hanno permesso di acquisire esperienze e dati quantitativi sulle modalità di ripristino. Ad esempio la tempesta Viviane del 1990 in Svizzera ha provocato danni maggiori di Vaia (Fig. 4 – Wohlgemuth et al. 2017, Schönenberger et al. 2003) ed ha permesso di analizzare performances della rinnovazione artificiale e della rinnovazione naturale, modalità (quantitative e qualitative) di rimozione del materiale schiantato, e impatto degli ungulati selvatici (UFAM 2008).

Partendo da questa e da altre esperienze recenti (Bottalico et al. 2016) il recupero e la ricostituzione del bosco, deve partire da una analisi quantitativa e qualitativa delle aree interessate dalla presenza di schianti (Chirici et al. 2016) e prevedere una priorità di intervento partendo da a) ricostituzione delle foreste che svolgono una funzione di protezione diretta nei confronti di caduta massi, frane e valanghe (Berretti et al. 2006, Vacchiano et al. 2016) b) gestione delle aste fluviali e c) regimazione dei bacini montani (Tognetti et al. 2017, Comiti et al. 2016).

Già a partire dalle fasi di sgombero del materiale schiantato è necessario tenere conto anche della funzionalità bio-ecologica del bosco e della sua complessità, elemento indispensabile per garantire maggiore resistenza e resilienza ai popolamenti forestali (Lindner et al. 2010). Sotto questo aspetto è opportuno osservare le dinamiche naturali in atto (ad esempio disponibilità di alberi porta seme ed annate di pasciona) e favorire, dove possibile, i processi di rinnovazione naturale; nello stesso tempo è opportuno rilasciare una adeguata quota di legacies cioè di residui di legno morto ed alberi vivi (Thorn et al. 2014), pur tenendo conto dei pericoli di pullulazione di insetti e di diffusione di incendi. In Svizzera ed in Valle d’Aosta il rilascio di queste legacies è risultato molto positivo sia nei confronti della biodiversità che nei confronti della protezione e facilitazione nell’insediamento della rinnovazione (Wohlgemuth et al. 2017, Marzano et al. 2013). Gli effetti del salvage logging (recupero di legname dopo un disturbo naturale) possono, in assenza di precauzioni, provocare danni ambientali come è stato ampiamente discusso e dimostrato in questi ultimi decenni (Lindenmayer et al. 2008).

Gli schianti da vento, come molti disturbi naturali, provocano dei danni economici e sono degli importanti fattori di rischio per la popolazione ma, dal punto di vista ecologico, rappresentano un nuovo inizio ed una nuova opportunità per l’ecosistema (Motta 2018). Allo stesso modo un evento come quello verificatesi alla fine di ottobre 2018 può essere un’occasione anche per l’uomo. Superata la fase di emergenza, che in questo momento è prioritaria rispetto a ogni altra considerazione, Vaia fornirà l’occasione per adeguare strutture e gestione forestale agli scenari di cambiamento climatico (Kärvemo et al. 2017, Thorn et al. 2014). Infatti, se da un lato dobbiamo riconoscere che con venti che superano i 200 km/h (schianti 2018) o con lunghi periodi di siccità e temperature elevate (incendi del 2017) è praticamente impossibile evitare danni ai boschi, é però nostra responsabilità lavorare per aumentare la resistenza e la resilienza dei popolamenti forestali a disturbi di minore intensità che, a causa del cambiemento climatico, aumenteranno di frequenza nei prossimi decenni.

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