EDITORIALE: Il nuovo Codice Forestale Nazionale, un testo di legge molto incoraggiante

di Marco Marchetti – Presidente SISEF, Centro di Ricerca ArIA, Università del Molise, Campobasso (Italy)
Forest@ – Rivista di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, vol. 15, pp. 18-19 (Gen 2018). – doi: 10.3832/efor0074-015


Dopo la fruttuosa conclusione del Congresso SISEF di Roma nell’ottobre scorso, accogliamo con estremo piacere il nuovo Codice Forestale nazionale. Un testo di legge innovativo, proattivo ed olistico, che dà finalmente una visione di sistema e tenta di dare delle risposte ai tanti interrogativi che negli ultimi anni il mondo scientifico in primis si è sforzato di porre, cercando di superare l’annoso dualismo tra utilizzo e conservazione. Una legge che fa il paio ed è in assoluta sintonia e sinergia con le altrettanto lodevoli iniziative avviate, ad esempio, con il Collegato Ambientale approvato con la legge 221/2015, quelle sulle proprietà collettive e sui piccoli comuni, e tutti i documenti strategici che in maniera più o meno diretta guardano al mondo della conservazione e dell’utilizzo sostenibile del Capitale Naturale, di cui le foreste sono parte integrante e preponderante. Salutiamo con piacere una Legge che vogliamo definire “contemporanea”, perché parte dall’analisi del sistema socio-economico-ecologico attuale e che da anni anche il mondo scientifico delle scienze agrarie e forestali sta cercando di raccontare in maniera rigorosa ed analitica. Una realtà che racconta innanzitutto di un Paese caratterizzato da una crisi strutturale e storica. L’abbandono e la marginalizzazione di un’economia rurale imperniata sull’utilizzo del Capitale Naturale largamente disponibile, con il conseguente massiccio esodo dalle zone rurali ed interne, sono parte integrante di questa crisi, come anche la rarefazione delle peculiarità ecologiche e culturali e l’utilizzo sempre più intensivo e scriteriato di risorse nelle aree di pianura, costiere e di fondovalle, e a ridosso dei grandi centri urbani. Una situazione alla base di forti insostenibilità e schizofrenie legate tanto al non-uso che allo sfruttamento, in completa negazione del principio spaziale, ancor prima che temporale, insito nel concetto stesso di sostenibilità. Non vi è sostenibilità laddove un sistema, in questo caso una Nazione, tende in maniera pericolosa verso lo sfruttamento e depauperamento di particolari zone dentro al (o ancor più fuori dal) proprio territorio nazionale. All’uopo, corre l’obbligo di ricordare che il consumo di suolo sulle coste è anche figlio dell’abbandono dell’agricoltura e della selvicoltura nelle aree interne e del conseguente esodo dalle stesse, così come la deforestazione nei Paesi in via di Sviluppo può essere figlia anche del primato della nostra industria del mobile, che non si approvvigiona da tempo dai boschi locali, certamente gestiti ed utilizzati secondo i principi della gestione forestale sostenibile e che garantiscono il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle comunità locali. Allo stesso modo, è innegabile che l’abbandono delle pratiche agricole e selvicolturali, intese anche come presidio puntuale, capillare e costante del territorio, così come l’omogeneizzazione del paesaggio a causa della scomparsa del fraseggio tra seminativi, prati-pascoli e boschi, sono una componente non secondaria e certamente non trascurabile nel mettere a repentaglio la diversità a livello di comunità e facilitare la propagazione dei grossi incendi a cui purtroppo spesso assistiamo inermi. Non può esservi sostenibilità, nel tempo come nello spazio, laddove non si sia in grado di guardare contemporaneamente, ed in modo equo, alle varie sfere da cui essa dipende: quella sociale, economica ed ambientale. L’Italia è attualmente tra i Paesi con la maggior superficie protetta, un dato non banale e che dovrebbe far riflettere. Un dato di cui, si badi bene, siamo contenti e fieri, ma che deve essere compreso e ragionato per poter carpire a pieno la ratio che ha guidato ed ispirato l’ultima Legge Forestale, e che non a caso ha visto un forte impulso e contributo da parte del mondo forestale scientifico italiano, assoluto propugnatore da decenni del ruolo della conservazione attiva.

Già nell’enciclica di papa Francesco “Laudato Sì”, e in vari interventi sul piano scientifico tra cui l’editoriale di un paio di anni fa “Working together: A call for inclusive conservation”, un eminente panel di esperti di conservazione a livello mondiale guidato da Eather Tallis, lanciava su “Nature” un appello all’unità del mondo scientifico ad evitare conflitti e diatribe legati all’antitesi tra gli approcci segregativi di chi vede l’uomo come un elemento esterno (e di disturbo) alla Natura, e chi invece rischia di cadere in fallo ponendo la stessa alla stregua di una commodity, enfatizzandone dunque il ruolo di servizio puramente strumentale alle esigenze umane. In tale ottica innovativa e lungimirante, enfatizzare il possibile ruolo dei Pagamenti per i Servizi Ecosistemici non deve in nessun modo comportare la mercificazione del Capitale Naturale (e saremo accorti affinché ciò non avvenga), bensì offre la possibilità di dare il giusto riconoscimento ed incentivo, anche economico, a chi ne garantisca la corretta gestione e conservazione nel tempo, comunità locali in primis, riprendendo approcci e concetti cari alla storia della legislazione forestale e montana del Paese. A nostro avviso la Legge Forestale, speriamo ormai in dirittura d’arrivo, ben risponde a questa necessità e parlando di gestione attiva, recupero dell’agricoltura, valorizzazione dei cedui, ruolo economico del bosco per il rilancio di filiere, non solo non va in alcun modo a ledere principi acquisiti sulla difesa del paesaggio e dell’ambiente, ma anzi, in un’epoca contraddistinta dall’abbandono e dal dilagante e a volte eccessivo rinselvatichimento, lo spirito guida ed il criterio che fa intravedere è proprio quello di preservare e mantenere l’antico connubio tra Uomo e Natura che ha a lungo caratterizzato la storia d’Italia, fatto allo stesso tempo di utilizzo e conservazione, visti in ottica complementare e sinergica e non sempre, comunque e dovunque, antitetica.

Il nostro Paese è chiamato ad una svolta e può giocare un ruolo di apripista nel delineare nuovi scenari di gestione e conservazione del Capitale Naturale, ma solo ed esclusivamente se si fa lo sforzo di uscire dalla visione dualistica, riprendendo a vedere le due componenti in maniera integrata ed armoniosa, evitando la semplificazione del dissenso continuo e dei conflitti con posizioni strumentali ed acritiche. Ed in questo, il mondo scientifico in primis deve giocare bene ed in modo intellettualmente onesto la sua partita di supporto ai decisori politici che si impegnano in questa direzione e a tutti gli operatori e i portatori di interesse, di ambiente urbano, rurale e montano.

I provvedimenti legislativi sono ovviamente figli del tempo in cui sono concepiti e scritti. C’è un tempo per tutto e solo chi voglia restare avulso dalla realtà contestuale, e ancor più globale, non capisce che l’immutabilità a prescindere (spesso pretestuosa), che ben si presta all’integralismo ambientalista ma non di certo ad una logica razionale ed olistica, ha ormai ben poco a che fare con le esigenze e necessità di un sistema socio-ecologico (perché è questo di cui parliamo, e questo il fulcro e la svolta concettuale insita nella nuova Legge Forestale), come quello italiano. Un sistema complesso che ben sappiamo essere legato a doppio filo alla storia ed alle vicissitudini che fin dall’Olocene, passando poi per guerre, lotte, carestie, rinascimenti e risorgimenti, fino ad oggi, hanno modellato il paesaggio che vediamo e contribuito a generare la ricchezza biologica, strutturale, e, bene ribadirlo, culturale, che prima di tutto i nostri paesaggi agro-silvo-pastorali stanno lì a ricordarci. E oggi i cambiamenti climatici ci ricordano le pressioni molto forti sugli ecosistemi forestali (e il capitale naturale tutto) e ci obbligano a interrogarci sul loro possibile ruolo e sulle misure da prendere per la mitigazione e soprattutto per l’adattamento.

Le sfide che ci attendono sono lungi dall’essere semplici e prive di insidie, ma siamo altrettanto certi che la neo-istituita Direzione Foreste, in stretta collaborazione con le Regioni e i loro servizi forestali, anche grazie al supporto del mondo della ricerca, sarà in grado di ridare la giusta posizione al settore e garantire l’appassionata e corretta attuazione delle norme e dei principi e valori in esse insiti, valorizzando il buono della bioeconomia e scongiurando pericoli e rischi per la natura, nella ricerca al tempo stesso della giusta sintonia ed armonia con l’azione sostenibile dell’uomo.