EDITORIALE: Sulla ricerca forestale nazionale, ovvero cominciamo dai risultati della VQR 2011-2014

di Marco Marchetti
Forest@ vol. 14, pp. 94-98 (28 Marzo 2017) – doi: 10.3832/efor0078-014

Nello scorso febbraio sono stati presentati e diffusi con ampio risalto, gli esiti relativi alla Valutazione della Qualità della Ricerca elaborati da ANVUR, sui dati raccolti nello scorso anno e relativi al quinquennio 2011-2014.

Nonostante le polemiche che come sempre accompagnano questi importanti momenti, i dubbi sul senso e soprattutto il costo di fare una valutazione massiva delle Università e degli Enti, i metodi impiegati e i tecnicismi quantomeno complessi, e a dispetto delle difficoltà incontrate per la mancata sottomissione da parte di molti docenti, in coincidenza con la protesta legata alla mancata concessione degli scatti di anzianità, è possibile trarre un primo bilancio anche per il nostro settore forestale. Ciò è particolarmente importante in un momento nel quale i ricercatori forestali tutti vedono crescere la consapevolezza dell’importanza di raccontare i risultati del proprio lavoro alla società civile e agli operatori delle filiere legate al legno e alla foresta. È stato significativo inoltre che, per la prima volta, assieme agli Atenei, anche altri Enti di Ricerca, pubblici e non, si siano sottoposti volontariamente alla valutazione.

Siamo concordi con l’importanza e la correttezza ideale ed etica che le istituzioni tutte possano essere valutate negli esiti della loro missione civile per il bene del paese, e non vogliamo qui entrare nei dettagli dei meccanismi di valutazione e dei loro limiti. Molti, anche detestabili, accumuli di parole e scritti sono stati e vengono usati per questo, analizzando i problemi legati al numero dei prodotti sottomessi e valutati e agli obiettivi primari cui la valutazione sia destinata, invero a volte diversamente esplicitati e spesso presentati in modo contraddittorio. Deve la VQR essere un aiuto per il miglioramento delle strutture di ricerca o solo fornire al ministero un quadro aggiornato dei punti di forza e di debolezza di ogni struttura per premiare l’eccellenza, o ancora stanare eventuali sacche di inattività o servire essenzialmente per la ripartizione dei finanziamenti? Il punto è delicato, poiché il futuro dovrebbe vedere un prossimo momento di forte cambiamento nelle politiche della ricerca, legato all’annunciata distribuzione delle risorse legata all’individuazione di un numero limitato a livello nazionale di “dipartimenti di eccellenza”. Su questi si farà leva per far confluire le risorse finanziarie, e vedrà dunque queste strutture in posizione di privilegio anche per l’accesso agli altri strumenti di programmazione e sostegno alla ricerca previsti dal PNR, dai dottorati innovativi e industriali, dalle infrastrutture di ricerca della strategia nazionale dei progetti tematici FESR, i cluster tecnologici, le tecnologie abilitanti e quant’altro di fantasiosamente connesso soprattutto alla sola ricerca applicata vedrà la luce.

Venendo al rapporto ANVUR, un primo esito della valutazione è stato per il momento essenzialmente una classifica di dipartimenti, atenei e istituti di ricerca, che ha riservato anche qualche sorpresa rispetto al sentire comune e alle impressioni circolanti. Va considerato che, a seconda del numero dei prodotti attesi, le Istituzioni di ricerca sono state raggruppate in tre diversi segmenti dimensionali: si definiscono di piccole dimensioni (P) le strutture con un numero di prodotti attesi minore di 100, medie (M) quelle con numero di prodotti attesi compreso tra 101 e 300 e grandi (G) gli Atenei con più di 300 prodotti attesi. Per quanto riguarda il sistema universitario, analizzando i settori scientifico-disciplinari (SSD) di nostro interesse si riscontra per AGR06 una presenza, prevedibile facilmente, molto limitata e circoscritta a UNIFI (che peraltro, insieme all’unico istituto valutato per il settore, il CNR-IVALSA, supera la soglia di R=1, che indica i miglioramenti di qualità); per AGR05 invece, vediamo che solo UNITUS e UNIPD entrano nella classe dimensionale grande e UNIFI in quella media, mentre UNITO, UNIMOL, UNIBAS, UNIBA, UNIPA, UNIMED sono da considerare di taglia piccola; gli altri atenei che erogano corsi di studio in materia forestale non sono neanche stati valutati, anche se ben sappiamo come al loro interno esistano ricercatori validissimi e produttivi appartenenti alla nostra comunità scientifica, frammentati in piccoli gruppi e laboratori di ricerca. I primi confronti nazionali dei dati ANVUR relativi dunque alle Università che hanno al loro interno un numero sufficiente di ricercatori produttivi, e quindi valutabili nel SSD AGR 05, sono presentati per dimensioni di gruppi di ricerca ed emerge come quasi tutti i nostri dipartimenti valutabili siano per lo più di dimensioni piccole o medie. Forse l’assenza di massa critica è il primo problema che dovremmo affrontare. È questo un problema evidente nel settore forestale, ma che probabilmente penalizza l’intera area delle Scienze Agrarie. Infatti, l’elevata numerosità dell’offerta formativa complessiva è una criticità riconosciuta (86 corsi triennali e 83 corsi di laurea magistrale erogati da 25 sedi distribuite sul territorio nazionale, di cui ben 15 erogano corsi “forestali e ambientali”). Recentemente si sta facendo un grande sforzo di coordinamento in questo ambito. L’area è organizzata in 4 Coordinamenti Nazionale per ciascuna delle principali offerte formative, sull’esempio del nostro storico Tavolo Forestale promosso già più di dieci anni fa da AISF, nonché in un coordinamento generale di natura didattica (Conferenza di Agraria) e uno di natura scientifica (Associazione Italiana delle Società Scientifiche di Agraria, AISSA). Se guardiamo alla continua crescita delle sedi che erogano corsi di studio forestali (classi L-25 e LM-73), a causa del limitato numero di prodotti presentati (inferiore a 5) mancano all’appello della VQR realtà numerose e molto importanti quali UNIBO, UNIBZ, UNIMI, UNINA, UNIPM, UNISS, oltre agli atenei dove esistono colleghi forestali che rappresentano veri avamposti di frontiera. Nel panorama generale nazionale infine, la valutazione ha poi incluso Enti di ricerca come il CNR, con l’Istituto di Biometeorologia e quello di Biologia agroambientale e forestale per AGR05 e per la Valorizzazione del legno e delle Specie arboree per AGR06 e per la prima volta anche il CREA, ma non le altre realtà conosciute che lavorano nella ricerca forestale interdisciplinare come la FEM (meno di 7 prodotti attesi nel SSD) o ISPRA (che non ha aderito alla VQR).

Rimandando ad un prossimo momento di approfondimento un commento analitico ai risultati, in vista del nostro prossimo Congresso di Roma a metà ottobre di quest’anno, che stiamo portando avanti nel Consiglio Direttivo della SISEF, e in attesa della pubblicazione dei risultati di dettaglio, che dovrebbero fornire indicazioni anche sulla numerosità degli addetti per ogni istituzione valutata, ad una prima analisi dei risultati possiamo notare comunque con grande soddisfazione altri due elementi di rilievo generali. Innanzitutto, gli esiti complessivi del settore forestale sono mediamente positivi e, soprattutto, sono in crescita significativa rispetto al precedente esercizio di valutazione, come evidenziato in Tab. 1.

In secondo luogo va evidenziato che all’interno dell’area delle Scienze Agrarie, la ricerca forestale si è collocata in modo positivo, a conferma di una comunità dinamica e attenta alle evoluzione di metodologie, campi d’azione e contenuti della ricerca, come testimoniano i prodotti classificati nelle classi più meritevoli, eccellenti e buoni.

Sulla base, infine, del voto medio normalizzato costituito dall’indicatore principale R, è stato possibile, con tutti i limiti del caso suaccennati, formulare una graduatoria (Fig. 1) degli 11 enti di ricerca valutati sui più di 20 esistenti nel nostro paese (percentuale quindi ancora molto bassa). Senza entrare nel merito del ranking, può essere utile notare che nel nostro campo anche atenei non grandi ma con laboratori e gruppi di ricerca specializzati, coesi e capaci di relazioni internazionali significative, possono produrre risultati significativi. Ciò conferma d’altra parte come un interrogativo importante potrà essere per il prossimo futuro quello delle relazioni tra didattica e ricerca, per valutare se gli sforzi e le energie che vengono profuse nell’insegnamento non debbano essere coordinate in modo più efficace per far tesoro nel modo migliore dei risultati della ricerca. Le graduatorie rendono probabilmente già conto, almeno in parte, dell’importanza, della consistenza e della numerosità degli addetti attivi nei gruppi di ricerca, come può evincere dalla Fig. 2, dove si deve anche notare che solo 5 Dipartimenti Universitari raggiungono e superano la soglia di R=1.

Un’ultima importante considerazione, di valenza generale rispetto alla valutazione, è la incapacità di questo strumento di analizzare altri due aspetti delle produzioni scientifiche, intimamente collegati tra loro: da un lato la coerenza interna dei prodotti rispetto all’identità del settore forestale, alle sue relazioni interdisciplinari, ai rapporti con gli altri settori scientifici di taglio ambientale vicini ma non peculiari, e dall’altro il grado e l’efficacia del trasferimento tecnologico e della terza missione. Sappiamo come questo sia un punto molto importante per l’azione dei ricercatori forestali verso la società e il settore con le sue filiere, da quella del legno, ai prodotti forestali non legnosi, a tutti i servizi ecosistemici. È un dato di fatto che la ricerca applicata e di valenza operativa sia meno premiata sul piano degli indicatori di qualità rispetto a quella di tipo metodologico e fortemente innovativa e speculativa, ma la comunità scientifica, e in primis i suoi esponenti più autorevoli e con esperienza, deve farsi carico anche di questi aspetti.

Ma quali sono le criticità e le esigenze in un momento di così forte sensibilità ambientale (almeno in apparenza e superficie) e di così drastica transizione istituzionale? La foresta cambia, dentro e fuori. Diminuisce nel mondo e ritorna ad occupare spazi abbandonati nel nostro paese. Aumentano velocemente gli alberi e crescono i boschi, nelle contrade rurali e montane, intorno alle città, negli spazi interstiziali, fuori foresta. Crescono anche nei soprassuoli, boschi che sono sempre meno luoghi di lavoro, ma che sono gestiti in modo ancora generalmente sostenibile e che sarebbe bene far diventare anche responsabile. La sostenibilità era prerogativa del settore fin dai suoi albori (Selvicoltura Oeconomica, Von Carlowitz, 1713, confermata dall’approccio operativo della prima scuola forestale a Nancy, Ecole des Eaux et Fo­rêts). Ora siamo nell’era della responsabilità, della cura e conservazione nell’uso delle risorse, non della depredazione dei beni naturali o del loro abbandono. I boschi italiani diminuiscono solo sulle coste, nei fondovalle e nelle pianure, per far posto a case, capannoni, infrastrutture o, al massimo, vigneti. D’altra parte, l’urbanizzazione generazionale dal secondo dopoguerra ha avuto conseguenze anche sulla consapevolezza e sulla cultura: si è sviluppato un sentimento naturalistico prezioso ma corrispondente alla perdita di saperi e spesso delle stesse conoscenze di base. Abbiamo la responsabilità di ricreare coscienza e conoscenza, a partire dal linguaggio e consolidando la nostra tradizione, senza dimenticare le radici, e facendo memoria delle origini, dall’unico Istituto Superiore di Vallombrosa del 1869 dove venivano formati 40 ispettori e 20 periti, primi ranghi degli operatori e dei ricercatori nazionali, alla nascita dell’Accademia nel 1954 e della Facoltà di Firenze nel 1956, fino all’apertura dell’Ordine Nazionale (di cui abbiamo celebrato da poco il 40 anniversario) e alla nascita di SISEF nel 1995, un’occasione straordinaria di incontro e confronto tra ricercatori, che dobbiamo saper allargare alle istituzioni e alla società civile sulle tematiche di più stretta attualità nel settore forestale.

Del resto per promuovere la ricerca forestale oggi dobbiamo considerare la transizione istituzionale del Corpo Forestale dello Stato, la nuova Direzione Generale delle Foreste e della Montagna, che attendiamo con ansia per l’essenziale ruolo di coordinamento che manca da troppi anni, le novità nel mondo della ricerca, con il nuovo CREA Foreste e Legno, i lavori del MATTM sul capitale naturale, le infrastrutture verdi e il verde pubblico, la revisione delle politiche sulle Aree Protette, il focus crescente sul Paesaggio, il necessario dialogo e lavoro comune tra mondo dell’agricoltura e della selvicoltura, ci devono vedere impegnati a raccontare alla società e alle amministrazioni il valore della ricerca e il servizio che essa può rendere ad un settore che crede in sé stesso, ma che non ha voce, a filiere economiche e sociali importantissime ma a volte estranee.

Siamo coscienti e attivamente partecipi dei dibattiti e degli avanzamenti scientifici internazionali, della cultura della multifunzionalità e del valore dei servizi ecosistemici, per i quali servono un linguaggio comune e pochi obiettivi strategici e condivisi, concreti e misurabili. Questo viene chiesto, più o meno consapevolmente, al mondo della ricerca: raccontare e mettere a sistema le innovazioni scientifiche che possono aiutare le buone pratiche già esistenti nelle produzioni, nella difesa, tutela e conservazione dei saperi e dei paesaggi tradizionali, della biodiversità, del­l’acqua e del suolo stesso; discutere proposte serie per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti globali; portare un contributo per ridisegnare il ruolo e la competenza delle istituzioni; indicare piste per l’equilibrio ambientale e il benessere socioeconomico delle terre che caratterizzano la geografia forestale del nostro paese, che è quella più debole, delle Aree Interne e della montagna; divulgare i dati che abbiamo, identificare le carenze, recuperare le conoscenze disperse e metterle al servizio di tutti.

Vedremo come a livello nazionale ANVUR declinerà gli indicatori per tutti questi aspetti fondamentali per raccordare e innervare la ricerca nella società. Noi intanto, soddisfatti dei primi risultati e fiduciosi nelle generazioni presenti di giovani ricercatori, ci apprestiamo nel prossimo XI Congresso “LA FORESTA CHE CAMBIA – Ricerca, opportunità e qualità della vita in un paese in transizione”, ad ascoltare tutti i portatori di interesse del settore, istituzionali ed operativi, per avere indicazioni e percorsi per risolvere le criticità e mettere il nostro lavoro di ricercatori sempre più a servizio del paese.