EDITORIALE: Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

qualche giorno è uscita una delle tante classifiche delle università, nel caso specifico quella di QS:

http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2014#sorting=rank+region=+country=+faculty=+stars=false+search=

da cui vari commenti sugli organi di stampa, ad esempio:

http://www.corriere.it/scuola/14_settembre_16/universita-bologna-migliore-italia-secondo-ranking-qs-90c8dfd8-3d89-11e4-8a05-562db8d64ccf.shtml

Un nostro collega ha postato su Fb un suo commento, e da lì è seguito un simpatico dibattito.

Lo stile è quello pop e spontaneo tipico di Fb, per cui ho deciso di pubblicare lo scambio di idee. NB: ho corretto qualche evidente refuso ma non sono intervenuto sullo stile, che rimane quello di una libera conversazione da coffee break, ho solo sostituito i nomi con delle sigle. C’e’ un po’ di tutto, scegliete voi, potete mescolare se pensate che venga fuori una  ricetta migliore. 

Ecco qui:

FF: riflettevo in questi giorni sulle varie classifiche che collocano le università italiane molto indietro nel ranking internazionale. Senza voler difendere tutto e tutti, ma analizzando asetticamente e criticamente, e sapendo quali sono le reali condizioni dell’Università italiana. Purtroppo c’è sempre una mezza verità nei titoli e nei commenti di queste classifiche. Anzi, in questo caso, di verità ce n’è meno di mezza. Come scritto in un documento presentato lo scorso gennaio al “…omissis….” dal quale ho ricavato quanto sotto. E’ del tutto forviante esaminare il sistema universitario solo sulla base delle classifiche delle università, che spesso sono stilate in basi a criteri piuttosto arbitrari, non hanno consistenza scientifica poiché la posizione è calcolata in base ad un mix di parametri del tutto questionabili (dalla produzione scientifica, al numero di studenti per docenti) e soprattutto non tengono conto dei finanziamenti a disposizione. Tanto per dare un esempio basta ricordare che nel 2012 le spese operative della sola università di Harvard, frequentata da qualche decina di migliaia di studenti, solitamente ai primi posti di queste classifiche, equivalgono a poco meno della metà di tutto il fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana. Quindi il problema non è che Harvard sia prima, il problema sarebbe se non lo fosse. La cosa sorprendente è come, nonostante sia strangolata dalla mancanza di fondi, dalla burocrazia che blocca tutto, dalla scarsa preparazione con cui gli studenti giungono dalle superiori, l’Università italiana riesca ancora a produrre eccellenze e a primeggiare nel panorama mondiale. L’analisi della produttività scientifica della ricerca evidenza risultati ottimi e sicuramente sorprendenti per l’opinione pubblica che molto spesso viene solo informata quando esce l’ennesima classifica delle università, in cui notoriamente gli atenei italiani non occupano le prime posizioni. Se esaminiamo uno studio commissionato dal governo britannico agli analisti dell’Elsevier (pubblicato il 6 Dicembre 2013) per capire come la ricerca del Regno Unito si colloca nel panorama mondiale (il confronto è fatto con le nazioni con la maggiore produzione scientifica (Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti), e con quelle in forte crescita (Brasile, India e Russia), su un numero elevato di parametri bibliometrici), i risultati sono a dir poco miracolosi per il nostro sistema ricerca. Infatti risulta da questo studio che l’efficienza della ricerca italiana è ottima: ad esempio il numero di citazioni ottenute per unità di spesa in ricerca e sviluppo è secondo solo al Regno Unito e pari a quello Canadese, dunque maggiore di Francia, Germania, Usa, ecc. Mi piacerebbe avere il parere dei colleghi-amici di Fb.

E i commenti non si fanno attendere:

AV: infatti, prima di dilettarsi a stilare classifiche, o a riproporle in blocco, sarebbe il caso che i cronisti si informassero sui parametri applicati. Le università italiane hanno a disposizione risorse che farebbero disperare quelle di un altro paese. Nonostante questo la nostra ricerca produce risultati ottimi.

FM: forse negli studi che hai citato il numeratore (spesa/citazioni) non tiene conto dei contratti esterni, che in Italia sono l’unica fonte di entrata per le spesa, che copre anche una buona parte del costo del personale precario. Prendendo invece in conto solo l’investimento “ordinario”, ovvero i relativamente miseri stipendi che percepiamo, pur non contando il precariato diffuso, la nostra efficienza schizza in alto. Resta il fatto che l’Italia ha poche eccellenze che raccolgono moltissimi finanziamenti (UE, industria etc.) e fanno lievitare le medie. E questa è l’anomalia del nostro sistema, che ha sempre tollerato enormi sacche di improduttività scientifica.

FF: infatti è ciò che è scritto nel mio commento.

PC: il problema è anche chi ha l’egemonia dei ranking: gli anglosassoni. Ma non possiamo troppo lamentarci, poiché di fronte a questo sistema (sbagliato) di valutazione, noi abbiamo per anni adottato il sistema “nessuna valutazione” o anche peggio. Da questo punto di vista la nostra Università è stata incapace di utilizzare un autogoverno che pure ha avuto. Per il resto concordo con te.

FM: F, le tue e le mie riflessioni non coincidono però al 100%. Io dico che come fanno i conti, la classifica spesa/citazioni ci sopravvaluta perché non conta la spesa fatta su progetti esterni che è preponderante.

FR: mi riesce difficile commentare in generale, ci sono troppe variabili in gioco. Alcuni vertici deprimenti (ho assistito ad un talk di un rettore di una grande Università che ha parlato italiano in un contesto internazionale, solo per fare un piccolo esempio, e sul CNR taccio perché non si sputa mai nel piatto in cui si mangia anche se pentirsi, si, alla fine ci sono riusciti a farmi pentire..), troppi professori in cattedra che non si capisce bene come ci siano finiti, troppi ricercatori che troppo presto hanno raggiunto i vertici della carriera e si sono seduti, bravissimi precari che si dannano pur non sapendo che fine faranno nel mucchio selvaggio, stabilizzazioni senza merito, e quindi disparità di trattamento che non dovrebbero essere ammissibili in un sistema anche minimamente onesto, troppi blocchi e farraginosità procedurali e amministrative in un sistema che dovrebbe essere snello, dinamico, slegato da troppi orpelli. Credo che il sistema ricerca in Italia stia facendo quasi troppo, come poi molte parti del resto del paese, ma si regga sulle spalle di pochi. Che poi qualcuno pensa siano “quelli dell’IF alto” che se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni. Un alto gesto per la scienza, ma un basso gesto per la ricerca. Ma poi qualcuno pensa anche che siano quelli che spendono un sacco di tempo e energia in commissioni, gruppi di lavoro, creazione di progetti, perché spesso quando il sistema ricerca ha bisogno di qualcuno che si sbatta, sono quelli a rispondere, e comunque grazie a loro la bandierina tricolore continua a sventolare. Insomma, quando i giochi diventano duri bisognerebbe chiamare a raccolta le squadre, ma prima servirebbe trovare i generali che lo sanno fare. Come poi nel Paese.

FM: F., d’accordo quasi su tutto. Ma chi sono i ricercatori con H-index alto che “se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni”? Ne conosci? Non mi sembra che MCF, FL, SF, RV, BV, MM, SV solo per citarne alcuni, non si sbattano in giro per il mondo in commissioni e gruppi di studio. Poi certo c’è anche l’eccezione; e noi una l’abbiamo in Istituto ma non fa statistica.

SB: I problemi dell’Università italiana sono noti e arcinoti: una burocrazia elefantiaca che è andata peggiorando negli anni, criteri di selezione per posizioni e fondi estremamente discutibili e soprattutto inefficienti ai fini di una selezione delle vere eccellenze, una internazionalizzazione da operetta, una incapacità genetica a creare gioco di squadra, una gestione del personale priva di ogni approccio morivazionale, l’attività delle istituzioni di ricerca mai finalizzata a un preciso obiettivo, interazione ricerca-mondo produttivo quasi assente. I fondi in realtà sono l’ultimo dei problemi in quanto c’è stato un periodo in cui erano abbondanti (progetti finalizzati, 40 e 60%, CNR etc.), eppure non si è visto un solo passo avanti. Negli ultimi anni si aggiunge anche un invecchiamento del corpo docente. E’ un vero peccato perché nonostante tutti i problemi continuo a credere che la preparazione di base che l’università fornisce sia concreta e i nostri laureati suscitano apprezzamento quando introdotti in team efficienti. Inutile stare a piangere sui giudizi degli altri e cominciamo a rimuovere gli ostacoli.

FF: lo sapevo che avrei stimolato il dibattito. Lo scopo era questo.

CP: abbiamo vinto il ‘prestigioso’ progetto PRIN 2012 ci hanno dato 34.000 euro in tre anni e dobbiamo gestire due topic…..ci ‘facessero il piacere’ di misurare la capacità scientifica con i fondi di ricerca!!!! Ora vado a lezione!

FR: no caro mio F., nomi non ne faccio, e non mi riferivo certo alle persone che mi dici tu, e comunque la mia non era una offesa per nessuno.

EP: dai miei frequenti viaggi presso istituzioni di ricerca estere, ne traggo i seguenti insegnamenti: gli Italiani sono bravi, ma non hanno soldi e non sanno premiare il merito.

SP: sono molte le cose che non condivido nell’università italiana e mi meraviglio sempre di certe statistiche. I nostri ricercatori non sono da meno di quelli del resto del mondo e si vede, quando ‘possono’ lavorare e questo avviene in genere all’estero, dove non c’è un mondo perfetto, ma se non altro ti valutano per quello che sai fare, e il buon senso vige, assai più che da noi…

AM: secondo me, il problema più grosso è che da anni stanno smantellando l’attuale sistema universitario. Fino dai tempi di Berlinguer, per intendersi. L’attuale sistema di reclutamento è fatto per fare entrare pochissime persone rispetto a quelle che vanno in pensione per limiti di età o perché hanno raggiunto il massimo di contributi. Gran parte delle persone valide che si sono formate negli anni se ne sono andate (quindi abbiamo sprecato risorse per niente). I ragazzi più bravi, vista la situazione, non provano nemmeno a fare domanda per un dottorato. Quindi si assiste ad un impoverimento culturale progressivo di quelli che rimangono. In questa triste situazione riusciamo spesso a fare anche troppo, viste le risorse finanziarie ed umane. Ma sicuramente il futuro sarà peggiore.

CP: esatto concordo con quanto detto da AM.

FF: un bello scambio! Era questo lo scopo del post.

AM: sono convinto che lo scopo finale di tutto questo è quello di far fuori l’università e la ricerca pubblica, per sostituirla con strutture private. Non costeranno più nulla allo Stato, ma faranno guadagnare tanto i pochi che le gestiranno. Magari anche i docenti e ricercatori che ci lavoreranno guadagneranno di più, ma saranno sicuramente meno liberi.

SB: non credo che esista alcun disegno premeditato né alcun dolo in tutto questo: equivarrebbe a fare un complimento all’intelligenza di chi è responsabile dello status attuale. Io penso che sia solo approssimazione, cialtroneria, presunzione, miopia e incapacità…

MB: trovo lucidi i commenti di FM, da noi troppa variabilità, grandi picchi e molte mediocrità. Dopodiché se un premier provasse davvero a eliminare le mediocrità (chiudendo fisicamente strutture inutili, trasferendo fisicamente le persone e concentrando i soldi dove vale la pena), il giorno dopo si ritroverebbe un milione di persone in piazza e gli enti locali in rivolta a rivendicare l’indispensabilità sociale di qualsiasi micro-struttura sparsa sul territorio (in Francia il problema lo hanno un po’ ridotto, ad esempio, perché a livello di decentralizzazione sono rimasti a Re Sole…). Un piccolo contributo: in questo indice (e anche in altri) a mio avviso pesa poco (in questo caso il 10%, come giudizio dei datori di lavoro e degli head hunters) il dato sul follow-up del “prodotto”, vale a dire le performance del laureato italiano, ovunque esso sia, multas per gentes et multa per aequora vectus….

PC: si stanno commentando classifiche fatte su criteri anglosassoni per il mondo anglosassone. Nelle nostre Università troviamo ( come già evidenziato da qualcuno) livelli di eccellenza ma anche valori scarsi o appena passabili. In genere siamo bravi se messi sotto pressione e non di rado con pochi soldi riusciamo meglio di chi, spesso all’estero, riceve grossi finanziamenti. E’ anche vero che ci complichiamo la vita con una burocrazia esasperata (non credo ci sia un disegno, sarebbe studiato troppo bene) e che non sappiano apprezzare riconoscere la bravura. Queste classifiche sono spesso fatte per i giornali. Chi lavora bene continuerà a farlo anche senza titoloni. Si potrebbe aggiungere che queste classifiche segnalano la capacità di fare squadra. Noi lavoriamo meglio come solisti o a livello di piccoli gruppi. Se facessero una classifica dei singoli saremmo considerati molto meglio. Andando all’estero si vedono ottimi laboratori, solide unità di ricerca, ma non sempre grande fantasia. Se introduci un ricercatore italiano nel mix spesso si ottengono ottimi risultati. Abbiamo dei talenti ma non siamo capaci di valorizzarli.

Alla prossima classifica….

Marco Borghetti