EDITORIALE: Quali corsi universitari forestali a due anni dalla riforma Gelmini?

Quali corsi universitari forestali a due anni dalla riforma Gelmini?

Agricoltura e selvicoltura rappresentano un sistema complesso che produce beni e servizi essenziali per lo sviluppo del territorio rurale e il benessere della collettività, tra cui molteplici prodotti agricoli e forestali, bioenergie, qualità dell’ambiente e dello spazio rurale. Pur modulata a seconda delle specializzazioni connesse a tale multifunzionalità, l’identità del laureato che principalmente opera in questi settori è direttamente coniugabile con un approccio integrato ai temi della qualità/sicurezza/redditività dei prodotti e dei processi produttivi, della gestione delle risorse suolo, acqua, biodiversità e paesaggio e del supporto tecnico-scientifico alle politiche ambientali e ai progetti di sviluppo rurale. Fino a tempi recenti, questa identità è stata legata in modo diretto e univoco ai titoli universitari conferiti dalle Facoltà di Agraria (dalle tradizionali lauree in Scienze Agrarie e Scienze Forestali alle più recenti svariate lauree triennali e magistrali, ai master e ai dottorati di ricerca), da un lato, e all’Ordine dei dottori agronomi e dottori forestali, dall’altro.

Negli ultimi anni il quadro di riferimento è significativamente mutato. A esempio: si registra l’inserimento, nei collegi professionali con specifiche competenze in ambito agricolo, forestale e agroalimentare, anche di laureati non provenienti dalle Facoltà di Agraria (purché abbiano superato l’esame di Stato). D’altro canto, sotto il profilo normativo, sembrerebbe comunque destinata a rendersi meno vincolante l’identità professionale riferita alle competenze ordinistiche. Su un altro fronte, la cosiddetta riforma Gelmini (L. 240/2010), con la cancellazione delle Facoltà e la creazione di Dipartimenti che in molti Atenei hanno assunto orientamento e struttura multisettoriale estendendo significativamente e/o inglobando le competenze didattiche delle ex-Facoltà di Agraria, può avere l’effetto di sbiadire, o addirittura rendere non più univocamente riconoscibile, l’identità del laureato agronomo e forestale.

Epperò, in particolare, i corsi di studio universitari in Scienze Forestali (ben quindici Atenei presentano corsi di Laurea con competenze dirette in questo ambito didattico, e tredici offrono anche corsi di Laurea Magistrale) godono, nel complesso, di salute relativamente buona in quanto a iscrizioni, perché i giovani continuano giustamente a vedervi un futuro lavorativo, e i dati di occupazione confermano, in una certa misura, queste attese (secondo Almalaurea, oltre la metà dei laureati forestali trova lavoro entro un anno). Permangono peraltro elementi patologici, primo tra tutti il basso numero di crediti formativi universitari acquisiti annualmente dagli studenti nei corsi di primo livello (in media, a livello nazionale, non più della metà di quelli previsti), con conseguente significativo allungamento del numero di anni per laurearsi (da sottolineare che il fenomeno dei cosiddetti “fuori corso” è quasi inesistente all’estero, in corsi di pari livello).

La cosiddetta riforma Gelmini è stata motivata dalla pressante richiesta della Società civile per una revisione del sistema universitario italiano. La legge si è occupata prevalentemente di cambiare i contenitori più che i contenuti. Nel nuovo schema di organizzazione i Dipartimenti sono divenuti il prioritario luogo decisionale. Secondo gli intendimenti ministeriali, il percorso di riorganizzazione dovrebbe essere contrassegnato dalla competizione sulla qualità e in questa prospettiva gli Atenei e i Dipartimenti sono ormai sempre più immessi in un meccanismo imperniato sulla valutazione per l’allocazione delle risorse a disposizione del sistema (già oggi oltre il 10% del fondo di finanziamento ordinario è assegnato agli Atenei su base premiale).

Sotto il profilo della offerta didattica assumeranno fondamentale rilevanza la adozione di processi di accreditamento presso le istituzioni a ciò preposte (in primis, la Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) e la capacità di misurarsi in un confronto internazionale, proiettato anche oltre il Mediterraneo e l’Europa. Va sottolineato, per inciso, che la implementazione di procedure obbligatorie e rigorose per l’accreditamento dei corsi di studio rende pleonastiche le diatribe in merito al valore legale del titolo di studio (d’altro canto, il referendum pubblico promosso sul tema dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, MIUR, ha registrato il 75% degli oltre 20.000 votanti a favore del mantenimento del valore legale del titolo di studio).

In questo contesto, per alcuni versi contradditorio, emerge, con rilevanza ancora maggiore che nel passato, l’importanza di ambiti rappresentativi dell’identità del laureato forestale. A tal fine, a parere dello scrivente e come ribadito in varie sedi, sarebbe opportuno che:

  • la denominazione dei corsi di Laurea e di Laurea Magistrale in Scienze Forestali e Ambientali abbia effettivo riflesso negli specifici obiettivi e contenuti dei corsi di studio proposti, includendo il nucleo tematico consolidato alla base della formazione dei laureati forestali;
  • gli obiettivi e i contenuti dei corsi di Laurea vengano differenziati più chiaramente rispetto a quelli dei corsi di Laurea Magistrale;
  • i corsi di Laurea in Scienze Forestali e Ambientali impartiti nelle diverse sedi siano strutturati in modo quanto più possibile omogeneo, al fine di favorire sia la identificazione del comune contenuto tematico dei corsi stessi sia le possibilità di trasferimento tra sedi, nella prospettiva dell’eventuale proseguimento degli studi in corsi di Laurea Magistrale presso altri Atenei; si ribadisce in questo senso l’opportunità di mantenere un comune nucleo didattico in termini di conoscenze utili a identificare in modo univoco, a livello nazionale, il laureato forestale triennale;
  • i corsi di Laurea Magistrale impartiti nelle diverse sedi vengano differenziati e “specializzati” in relazione alle competenze specialistiche dei docenti presenti in ciascuna sede, cercando di evitare, per quanto possibile, sovrapposizioni tematiche, soprattutto per sedi gravitanti nello stesso ambito geografico: anche in questa prospettiva si avverte la necessità di un più efficace coordinamento a livello nazionale; ci si rende conto che le attuali offerte formative sono il frutto di un intenso lavoro svolto all’interno delle singole sedi che in questa fase può sembrare velleitario mettere in discussione: si ritiene, peraltro, che soprattutto alla luce dell’auspicato futuro accreditamento dei corsi di studio ci siano, appunto, motivazioni decisive per un triennio con contenuti minimi condivisi a livello nazionale e la successiva differenziazione della Lauree Magistrali sulla base delle comprovate peculiari competenze sviluppate in ciascuna singola sede;
  • in taluni casi sarebbe auspicabile la istituzione di corsi inter-Ateneo, a livello di Laurea Magistrale e soprattutto a livello di Dottorato di Ricerca, in modo da poter ancora meglio valorizzare, in modo sinergico, le sparse eccellenze del settore; all’uopo, andrebbero urgentemente sollecitati il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) e il MIUR ad affrontare la questione del meccanismo di ripartizione delle perfomances tra gli Atenei partecipanti a offerte didattiche inter-Ateneo;
  • venga assicurata la possibilità di organizzare corsi di studio anche con ciclo unico quinquennale nelle classi del settore agrario (inclusa LM 73), in modo da permettere di esprimere laureati con competenze e capacità manageriali che l’esperienza ha dimostrato non sempre facilmente implementabili nell’attuale modello 3+2 (di fatto, sono finora relativamente pochi i laureati triennali iscritti alle sezioni junior degli Albi professionali); invero, secondo alcuni colleghi non é tanto il sistema 3+2 che non funziona quanto piuttosto il modo di reclutare gli studenti in ingresso (in genere con selezione pressoché inesistente, al fine di poter assicurarsi quanti più immatricolati possibile) e il modo di gestire poi i percorsi didattici basandosi di fatto su una certa “tolleranza” dei fuori corso; in ogni caso, anche alla luce di queste ultime considerazioni, si ritiene che il CUN e il MIUR vadano sollecitati a esaminare globalmente la questione del 3+2 con urgenza e determinazione;
  • vengano prestati maggiore attenzione e rigore alla definizione dei criteri per l’accesso ai corsi di Laurea Magistrale relativamente al possesso di requisiti curriculari e alla adeguata personale preparazione in termini di conoscenze utili a identificare le competenze e capacità di base per il laureato magistrale forestale (non infrequenti risultati negativi da parte dei laureati di secondo livello negli esami di Stato segnalano imbarazzanti criticità sotto questo profilo).

Sull’insieme dei suddetti temi, SISEF, di concerto con il CUN e l’Accademia Italiana di Scienze Forestali, ritiene importante proseguire la esperienza delle consultazioni già intraprese negli scorsi anni. A tal fine, il 22 ottobre p.v. si terrà, presso la sede del MIUR a Roma, un tavolo di confronto in forma di incontro di approfondimento aperto a tutti i portatori di interesse nel settore della didattica universitaria forestale.

Piermaria Corona
Presidente SISEF