EDITORIALE: La generazione (accademica) egoista

Fino a qualche tempo fa i professori universitari restavano all’università fino al limite di età consentito. Fuori ruolo a 70 o 72 anni, già vivevano con rammarico questo periodo e arrivati ai 75 quasi mai si rassegnavano ad abbandonare completamente l’attività. Molti, soprattutto i migliori, continuavano a frequentare gli istituti, a studiare e a seguire gli allievi. Era una prassi, forse con qualche aspetto negativo, ma anche con molti risvolti positivi.

Grosso modo si trattava della generazione dei nostri genitori, quella che aveva vissuto la guerra e il periodo post bellico e aveva rimesso su l’Italia. Quella che, con enfasi ma con efficacia, è stata definita la “generazione eroica” (⇒ http://italians.corriere.it/­2011/­11/­11/­a-che-servono-le-lauree-in-scienze-politiche-legge-filosofia/).

Ora tutto sembra cambiato. Stiamo assistendo alla fuga verso la pensione anticipata di tanti docenti universitari (notizie dei quotidiani ma anche informazioni dirette da colleghi di varie università), apparentemente “terrorizzati” dalla prospettiva di perdere qualche euro di pensione in rapporto alle riforme definite dal governo.

Si tratta della “generazione egoista”, di coloro che, nati grosso modo a cavallo fra gli anni 40 e 50, hanno ereditato un mondo migliore di quello che era toccato ai loro genitori e si apprestano a lasciarne uno peggiore ai loro figli (la “generazione scalognata”).

Coloro che volevano cambiare il mondo nel ‘68 e che poi molto spesso hanno goduto di posizioni lavorative ipergarantite; coloro che, ritornando al caso accademico, spesso hanno potuto usufruire di occasioni ope legis per gli avanzamenti di carriera.

E oggi, davanti a un’evidente situazione di difficoltà del paese, cosa fanno parecchi di costoro? Corrono affannati verso la pensione anticipata, come fossero degli impiegati qualunque. Ben sapendo che, nell’attuale contingenza accademica ben difficilmente saranno rimpiazzati, lasceranno un vuoto e abbandoneranno al loro destino i propri allievi.

Cosa apparentemente sorprendente, perché il vero professore universitario vive di solito il proprio lavoro senza fatica, come passione e diletto. Ma forse molti di coloro che desiderano andarsene non sono mai approdati a una piena considerazione del proprio ruolo e della sua importanza. Forse sono questi, con le dovute e ovvie eccezioni, che se ne stanno andando. Forse, se davvero è così, non sarà una gran perdita.