EDITORIALE: L’università a dieta: molti problemi, qualche opportunità

Non desidero imbarcarmi in una discussione sui contenuti della legge di riforma dell’università all’esame del parlamento. Già molto, per lo più in senso critico, è stato detto. Ma, forse, è anche tempo di pensare ad efficaci strategie di “adattamento” e risposta, piuttosto che a semplici tattiche di contrasto. 

Indipendentemente dalla riforma, da diversi anni l’università italiana affronta una crisi dovuta a una sproporzione fra disponibilità di risorse, da una parte, e necessità finanziarie indotte dall’espansione che ha interessato personale, facoltà e corsi di laurea; inflazione che ha creato, e crea, aspettative crescenti da parte del sistema: reclutamento, avanzamenti di carriera, offerta e richiesta didattica; il tutto in un ciclo che non sempre si è rivelato virtuoso e ispirato a criteri di razionale gestione e valorizzazione delle forze esistenti.

Anche in questo caso molto è stato detto e in tanti casi non sono state risparmiate critiche nei confronti della “leggerezza insostenibile” con cui il processo è stato talvolta assecondato dagli organi di governo universitario.

Il quadro non si è delineato peraltro in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Anzi, sta diventando abbastanza evidente la forbice fra università in cui la gestione si è maggiormente ispirata a criteri di responsabilità e quelle in cui si è proceduto sul cammino della crescita spensierata, non sostenuta da adeguate risorse.

Il risultato: un’università, in tutto o in parte, a “dieta forzata”.

Il che comporta certamente dei problemi e questi tutti li vedono: dalla difficoltà legata al mantenimento delle “promesse” nei confronti degli studenti a quella di offrire chances di carriera ai numerosi giovani di valore che hanno lavorato con passione e risultati nei laboratori, e così via.

Ma, come in tutte le crisi, anche in questa potrebbero annidarsi occasioni e risvolti positivi, a patto di saperli cogliere ed essere disponibili a rimettersi in gioco.

Fra le varie opzioni – tagli dei corsi di laurea, accorpamento dei dipartimenti, blocco del turnover, ecc. – la collaborazione inter-ateneo appare una possibilità interessante, anche se finora poco praticata. In America, dove gli atenei sono in forte competizione fra loro, nessuno ci penserebbe, ma nel caso delle nostre università pubbliche appare un’opzione ragionevole.

Soprattutto laddove medio-piccole università, geograficamente vicine, replicano simili offerte formative e know-how scientifico.

È proprio impossibile uscire dalla logica del “provincialismo” accademico in cui ci siamo infilati, spesso cedendo alle lusinghe di una classe politica interessata prevalentemente all’immagine e al bacino elettorale locale?

Faccio un esempio riferito al settore che ci interessa da vicino e alle università del meridione peninsulare. Ci sono, in questa regione, diverse università che offrono corsi di laurea di I e II livello, nonché corsi di master e dottorato, in scienze forestali. Andando a ben vedere, in quasi tutte queste sedi si devono fare i salti mortali per garantire la piena copertura didattica e in quasi nessuna gli staff sono tali da garantire piena massa critica sul piano della ricerca scientifica.

Potrebbero queste università, pensare di organizzarsi per far nascere una “Scuola di Scienze Forestali” – non un accorpamento sulla carta, sia chiaro, ma ma una vera e propria struttura didattico-scientifica – in grado di competere efficacemente sul piano delle potenzialità di ricerca ed essere ad un tempo attrattiva nei confronti degli studenti più motivati?

Se poi gli studenti non si trovano l’università proprio sotto casa, ma si selezionano lungo strada sulla base di una genuina passione per la disciplina, qualche vantaggio, anche da questo punto di vista, ci potrebbe essere. Decisamente meglio, a mio parere, cercare di puntare sulla qualità piuttosto che sul proselitismo.

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