EDITORIALE: Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

qualche giorno è uscita una delle tante classifiche delle università, nel caso specifico quella di QS:

http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2014#sorting=rank+region=+country=+faculty=+stars=false+search=

da cui vari commenti sugli organi di stampa, ad esempio:

http://www.corriere.it/scuola/14_settembre_16/universita-bologna-migliore-italia-secondo-ranking-qs-90c8dfd8-3d89-11e4-8a05-562db8d64ccf.shtml

Un nostro collega ha postato su Fb un suo commento, e da lì è seguito un simpatico dibattito.

Lo stile è quello pop e spontaneo tipico di Fb, per cui ho deciso di pubblicare lo scambio di idee. NB: ho corretto qualche evidente refuso ma non sono intervenuto sullo stile, che rimane quello di una libera conversazione da coffee break, ho solo sostituito i nomi con delle sigle. C’e’ un po’ di tutto, scegliete voi, potete mescolare se pensate che venga fuori una  ricetta migliore.

Ecco qui:

FF: riflettevo in questi giorni sulle varie classifiche che collocano le università italiane molto indietro nel ranking internazionale. Senza voler difendere tutto e tutti, ma analizzando asetticamente e criticamente, e sapendo quali sono le reali condizioni dell’Università italiana. Purtroppo c’è sempre una mezza verità nei titoli e nei commenti di queste classifiche. Anzi, in questo caso, di verità ce n’è meno di mezza. Come scritto in un documento presentato lo scorso gennaio al “…omissis….” dal quale ho ricavato quanto sotto. E’ del tutto forviante esaminare il sistema universitario solo sulla base delle classifiche delle università, che spesso sono stilate in basi a criteri piuttosto arbitrari, non hanno consistenza scientifica poiché la posizione è calcolata in base ad un mix di parametri del tutto questionabili (dalla produzione scientifica, al numero di studenti per docenti) e soprattutto non tengono conto dei finanziamenti a disposizione. Tanto per dare un esempio basta ricordare che nel 2012 le spese operative della sola università di Harvard, frequentata da qualche decina di migliaia di studenti, solitamente ai primi posti di queste classifiche, equivalgono a poco meno della metà di tutto il fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana. Quindi il problema non è che Harvard sia prima, il problema sarebbe se non lo fosse. La cosa sorprendente è come, nonostante sia strangolata dalla mancanza di fondi, dalla burocrazia che blocca tutto, dalla scarsa preparazione con cui gli studenti giungono dalle superiori, l’Università italiana riesca ancora a produrre eccellenze e a primeggiare nel panorama mondiale. L’analisi della produttività scientifica della ricerca evidenza risultati ottimi e sicuramente sorprendenti per l’opinione pubblica che molto spesso viene solo informata quando esce l’ennesima classifica delle università, in cui notoriamente gli atenei italiani non occupano le prime posizioni. Se esaminiamo uno studio commissionato dal governo britannico agli analisti dell’Elsevier (pubblicato il 6 Dicembre 2013) per capire come la ricerca del Regno Unito si colloca nel panorama mondiale (il confronto è fatto con le nazioni con la maggiore produzione scientifica (Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti), e con quelle in forte crescita (Brasile, India e Russia), su un numero elevato di parametri bibliometrici), i risultati sono a dir poco miracolosi per il nostro sistema ricerca. Infatti risulta da questo studio che l’efficienza della ricerca italiana è ottima: ad esempio il numero di citazioni ottenute per unità di spesa in ricerca e sviluppo è secondo solo al Regno Unito e pari a quello Canadese, dunque maggiore di Francia, Germania, Usa, ecc. Mi piacerebbe avere il parere dei colleghi-amici di Fb.

E i commenti non si fanno attendere:

AV: infatti, prima di dilettarsi a stilare classifiche, o a riproporle in blocco, sarebbe il caso che i cronisti si informassero sui parametri applicati. Le università italiane hanno a disposizione risorse che farebbero disperare quelle di un altro paese. Nonostante questo la nostra ricerca produce risultati ottimi.

FM: forse negli studi che hai citato il numeratore (spesa/citazioni) non tiene conto dei contratti esterni, che in Italia sono l’unica fonte di entrata per le spesa, che copre anche una buona parte del costo del personale precario. Prendendo invece in conto solo l’investimento “ordinario”, ovvero i relativamente miseri stipendi che percepiamo, pur non contando il precariato diffuso, la nostra efficienza schizza in alto. Resta il fatto che l’Italia ha poche eccellenze che raccolgono moltissimi finanziamenti (UE, industria etc.) e fanno lievitare le medie. E questa è l’anomalia del nostro sistema, che ha sempre tollerato enormi sacche di improduttività scientifica.

FF: infatti è ciò che è scritto nel mio commento.

PC: il problema è anche chi ha l’egemonia dei ranking: gli anglosassoni. Ma non possiamo troppo lamentarci, poiché di fronte a questo sistema (sbagliato) di valutazione, noi abbiamo per anni adottato il sistema “nessuna valutazione” o anche peggio. Da questo punto di vista la nostra Università è stata incapace di utilizzare un autogoverno che pure ha avuto. Per il resto concordo con te.

FM: F, le tue e le mie riflessioni non coincidono però al 100%. Io dico che come fanno i conti, la classifica spesa/citazioni ci sopravvaluta perché non conta la spesa fatta su progetti esterni che è preponderante.

FR: mi riesce difficile commentare in generale, ci sono troppe variabili in gioco. Alcuni vertici deprimenti (ho assistito ad un talk di un rettore di una grande Università che ha parlato italiano in un contesto internazionale, solo per fare un piccolo esempio, e sul CNR taccio perché non si sputa mai nel piatto in cui si mangia anche se pentirsi, si, alla fine ci sono riusciti a farmi pentire..), troppi professori in cattedra che non si capisce bene come ci siano finiti, troppi ricercatori che troppo presto hanno raggiunto i vertici della carriera e si sono seduti, bravissimi precari che si dannano pur non sapendo che fine faranno nel mucchio selvaggio, stabilizzazioni senza merito, e quindi disparità di trattamento che non dovrebbero essere ammissibili in un sistema anche minimamente onesto, troppi blocchi e farraginosità procedurali e amministrative in un sistema che dovrebbe essere snello, dinamico, slegato da troppi orpelli. Credo che il sistema ricerca in Italia stia facendo quasi troppo, come poi molte parti del resto del paese, ma si regga sulle spalle di pochi. Che poi qualcuno pensa siano “quelli dell’IF alto” che se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni. Un alto gesto per la scienza, ma un basso gesto per la ricerca. Ma poi qualcuno pensa anche che siano quelli che spendono un sacco di tempo e energia in commissioni, gruppi di lavoro, creazione di progetti, perché spesso quando il sistema ricerca ha bisogno di qualcuno che si sbatta, sono quelli a rispondere, e comunque grazie a loro la bandierina tricolore continua a sventolare. Insomma, quando i giochi diventano duri bisognerebbe chiamare a raccolta le squadre, ma prima servirebbe trovare i generali che lo sanno fare. Come poi nel Paese.

FM: F., d’accordo quasi su tutto. Ma chi sono i ricercatori con H-index alto che “se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni”? Ne conosci? Non mi sembra che MCF, FL, SF, RV, BV, MM, SV solo per citarne alcuni, non si sbattano in giro per il mondo in commissioni e gruppi di studio. Poi certo c’è anche l’eccezione; e noi una l’abbiamo in Istituto ma non fa statistica.

SB: I problemi dell’Università italiana sono noti e arcinoti: una burocrazia elefantiaca che è andata peggiorando negli anni, criteri di selezione per posizioni e fondi estremamente discutibili e soprattutto inefficienti ai fini di una selezione delle vere eccellenze, una internazionalizzazione da operetta, una incapacità genetica a creare gioco di squadra, una gestione del personale priva di ogni approccio morivazionale, l’attività delle istituzioni di ricerca mai finalizzata a un preciso obiettivo, interazione ricerca-mondo produttivo quasi assente. I fondi in realtà sono l’ultimo dei problemi in quanto c’è stato un periodo in cui erano abbondanti (progetti finalizzati, 40 e 60%, CNR etc.), eppure non si è visto un solo passo avanti. Negli ultimi anni si aggiunge anche un invecchiamento del corpo docente. E’ un vero peccato perché nonostante tutti i problemi continuo a credere che la preparazione di base che l’università fornisce sia concreta e i nostri laureati suscitano apprezzamento quando introdotti in team efficienti. Inutile stare a piangere sui giudizi degli altri e cominciamo a rimuovere gli ostacoli.

FF: lo sapevo che avrei stimolato il dibattito. Lo scopo era questo.

CP: abbiamo vinto il ‘prestigioso’ progetto PRIN 2012 ci hanno dato 34.000 euro in tre anni e dobbiamo gestire due topic…..ci ‘facessero il piacere’ di misurare la capacità scientifica con i fondi di ricerca!!!! Ora vado a lezione!

FR: no caro mio F., nomi non ne faccio, e non mi riferivo certo alle persone che mi dici tu, e comunque la mia non era una offesa per nessuno.

EP: dai miei frequenti viaggi presso istituzioni di ricerca estere, ne traggo i seguenti insegnamenti: gli Italiani sono bravi, ma non hanno soldi e non sanno premiare il merito.

SP: sono molte le cose che non condivido nell’università italiana e mi meraviglio sempre di certe statistiche. I nostri ricercatori non sono da meno di quelli del resto del mondo e si vede, quando ‘possono’ lavorare e questo avviene in genere all’estero, dove non c’è un mondo perfetto, ma se non altro ti valutano per quello che sai fare, e il buon senso vige, assai più che da noi…

AM: secondo me, il problema più grosso è che da anni stanno smantellando l’attuale sistema universitario. Fino dai tempi di Berlinguer, per intendersi. L’attuale sistema di reclutamento è fatto per fare entrare pochissime persone rispetto a quelle che vanno in pensione per limiti di età o perché hanno raggiunto il massimo di contributi. Gran parte delle persone valide che si sono formate negli anni se ne sono andate (quindi abbiamo sprecato risorse per niente). I ragazzi più bravi, vista la situazione, non provano nemmeno a fare domanda per un dottorato. Quindi si assiste ad un impoverimento culturale progressivo di quelli che rimangono. In questa triste situazione riusciamo spesso a fare anche troppo, viste le risorse finanziarie ed umane. Ma sicuramente il futuro sarà peggiore.

CP: esatto concordo con quanto detto da AM.

FF: un bello scambio! Era questo lo scopo del post.

AM: sono convinto che lo scopo finale di tutto questo è quello di far fuori l’università e la ricerca pubblica, per sostituirla con strutture private. Non costeranno più nulla allo Stato, ma faranno guadagnare tanto i pochi che le gestiranno. Magari anche i docenti e ricercatori che ci lavoreranno guadagneranno di più, ma saranno sicuramente meno liberi.

SB: non credo che esista alcun disegno premeditato né alcun dolo in tutto questo: equivarrebbe a fare un complimento all’intelligenza di chi è responsabile dello status attuale. Io penso che sia solo approssimazione, cialtroneria, presunzione, miopia e incapacità…

MB: trovo lucidi i commenti di FM, da noi troppa variabilità, grandi picchi e molte mediocrità. Dopodiché se un premier provasse davvero a eliminare le mediocrità (chiudendo fisicamente strutture inutili, trasferendo fisicamente le persone e concentrando i soldi dove vale la pena), il giorno dopo si ritroverebbe un milione di persone in piazza e gli enti locali in rivolta a rivendicare l’indispensabilità sociale di qualsiasi micro-struttura sparsa sul territorio (in Francia il problema lo hanno un po’ ridotto, ad esempio, perché a livello di decentralizzazione sono rimasti a Re Sole…). Un piccolo contributo: in questo indice (e anche in altri) a mio avviso pesa poco (in questo caso il 10%, come giudizio dei datori di lavoro e degli head hunters) il dato sul follow-up del “prodotto”, vale a dire le performance del laureato italiano, ovunque esso sia, multas per gentes et multa per aequora vectus….

PC: si stanno commentando classifiche fatte su criteri anglosassoni per il mondo anglosassone. Nelle nostre Università troviamo ( come già evidenziato da qualcuno) livelli di eccellenza ma anche valori scarsi o appena passabili. In genere siamo bravi se messi sotto pressione e non di rado con pochi soldi riusciamo meglio di chi, spesso all’estero, riceve grossi finanziamenti. E’ anche vero che ci complichiamo la vita con una burocrazia esasperata (non credo ci sia un disegno, sarebbe studiato troppo bene) e che non sappiano apprezzare riconoscere la bravura. Queste classifiche sono spesso fatte per i giornali. Chi lavora bene continuerà a farlo anche senza titoloni. Si potrebbe aggiungere che queste classifiche segnalano la capacità di fare squadra. Noi lavoriamo meglio come solisti o a livello di piccoli gruppi. Se facessero una classifica dei singoli saremmo considerati molto meglio. Andando all’estero si vedono ottimi laboratori, solide unità di ricerca, ma non sempre grande fantasia. Se introduci un ricercatore italiano nel mix spesso si ottengono ottimi risultati. Abbiamo dei talenti ma non siamo capaci di valorizzarli.

Alla prossima classifica….

Marco Borghetti

HIGHLIGHTS: Le nuove condizioni climatiche minacciano la funzionalità idraulica degli alberi.

Titolo originale: Threats to xylem hydraulic function of trees under ‘new climate normal’ conditions.

Autori: Maciej A. Zwieniecki & Francesca Secchi

Rivista: Plant, Cell and Environment

doi: 10.1111/pce.12412

cover-2Negli ultimi anni numerosi studi sottolineano il diffondersi dei fenomeni di declino degli alberi in risposta al clima che cambia. Le elevate temperature e i ripetuti episodi di stress idrico possono portare ad un’inattivazione irreversibile del sistema di trasporto, causata da cavitazione xilematica ed embolia diffusa, e sfociare in estesi fenomeni di mortalità. Il sistema di trasporto degli alberi si trova a fronteggiare ‘condizioni climatiche nuove’ che ne minacciano la funzionalità.  In questo articolo sono illustrati gli aspetti fondamentali della fisiologia vascolare, i protagonisti del sistema di trasporto e le cause principali della mortalità degli alberi: la conoscenza del sistema ci permette di comprendere meglio la sua funzionalità e ci guida nella protezione dei patrimoni naturali e alla mitigazione di potenziali danni agli investimenti agricoli.

EDITORIALE: Mappe globali: inferenza scientifica o solamente (belle) figure?

Sulla rivista Science è stato recentemente pubblicato un articolo in cui i dati Landsat (risoluzione geometrica pari a trenta metri) sono stati utilizzati per mappare, a livello planetario, la riduzione (2,3 milioni di chilometri quadrati) e l’incremento (0,8 milioni di chilometri quadrati) delle aree forestali, dal 2000 al 2012 (Science 342, pp. 850-853). Nell’arco di tempo considerato, la Russia presenterebbe la maggiore riduzione di superficie forestale mentre i Paesi tropicali mostrerebbero una perdita di superficie forestale pari a oltre duemila chilometri quadrati l’anno; il Brasile rappresenterebbe una eccezione in termini di cambiamenti di copertura forestale, con una riduzione delle aree boscate compensata da una intensa attività di realizzazione di piantagioni forestali. Leggi il resto dell’articolo

HIGHLIGHTS: Gli alberi non finiscono mai di crescere?

Titolo originale: Rate of tree carbon accumulation increases continuously with tree size

Autori: Stephenson NL, Das AJ, et al.

Rivista: Nature, early view, 15 January 2014

doi: 10.1038/nature12914

Un articolo che rimette un discussione un’opinione ben radicata, che cioè gli alberi grandi e vecchi cessino di crescere e di accumulare carbonio. Oltre il 97% delle specie di alberi tropicali e di zone temperate (in tutto 403) studiati in questa ricerca, più erano vecchi infatti più accumulavano carbonio rispetto di alberi di dimensioni ed età minori. Il paradosso apparente della maggior crescita negli alberi vecchi, accoppiata peraltro alla diminuzione della produttività a scala fogliare e a scala di popolamento, troverebbe spiegazione, fra le altre possibili cause, nella maggiore quantità di area fogliare su base individuale e nella riduzione, legata all’età, della densità della popolazione. Si tratta di un risultato che apre questioni anche sulle dinamiche di accrescimento a scala di soprassuolo, man mano che il bosco invecchia, soprattutto nell’attuale situazione di clima e ambiente in rapido cambiamento.

Keywords:  Alberi, Carbonio, Dimensioni, Età, Accrescimento

Settore di Ricerca : Ecologia forestale

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HIGHLIGHTS: Mappe globali ad alta risoluzione dei cambiamenti di copertura forestale nel ventunesimo secolo.

Titolo originale: High-Resolution Global Maps of 21st-Century Forest Cover Change
Autori: M. C. Hansen, P. V. Potapov, R. Moore et al.
Rivista: Science (2013). 6160(342):850-853
doi: 10.1126/science.1244693

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In questo numero di Science è stato pubblicato uno studio in cui i dati di osservazione satellitare della Terra sono stati usati per mappare a livello globale, con una risoluzione spaziale di 30 metri, le riduzioni (2,3 milioni di chilometri quadrati) e gli incrementi (0,8 milioni di chilometri quadrati) delle aree forestali dal 2000 al 2012. In particolare, il nord-ovest degli Stati Uniti presenta un’area con grandi distese forestali, compresa la zona temperata del Canada. I monti dell’Ovest e del Nord America presentano dinamiche di riduzione forestale in gran parte attribuibili a danni da incendio e alla diffusione di patogeni e malattie. In Europa il Portogallo mostra una sostanziale perdita di superficie dovuta principalmente agli incendi ed in misura minore agli attacchi parassitari. A livello globale, la Russia presenta la riduzione maggiore di superficie forestale nell’arco di tempo considerato ed i tropici mostrano una perdita forestale di 2101 chilometri quadrati l’anno.Il Brasile rappresenta l’eccezione globale in termini di cambiamenti di copertura forestale: si osserva infatti una riduzione -ben documentata- delle aree boscate, compensata da un’intensa attività di riforestazione.

HIGHLIGHTS: La fissazione simbiotica nelle successioni secondarie delle foreste tropicali.

Titolo originale: Key role of symbiotic dinitrogen fixation in tropical forest secondary succession
Autori: Sarah A. Batterman, Lars O. Hedin, Michiel van Breugel et al.
Rivista: Nature (2013) 502: 224–227
doi: 10.1038/nature12525

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Il sequestro di CO2 forestale è fortemente influenzato dalla disponibilità di azoto. In molte foreste tropicali vi è la presenza diffusa di diverse specie arboree capaci di fissare l’ N2 atmosferico, tuttavia non è chiaro il contributo di questo gruppo funzionale nelle successioni forestali. In questo studio gli autori hanno identificato un meccanismo di feedback in cui la fissazione di N2 può superare le carenze di azoto dell’ecosistema che emergono durante i periodi di rapido accumulo di biomassa nelle foreste tropicali.  Analizzando cronosequenze di circa 300 anni, in aree panamensi, gli autori hanno mostrato che le specie arboree azoto fissatrici hanno accumulato carbonio molto più velocemente rispetto a quelle non fissatrici, soprattutto in popolamenti giovani. Uno dei risultati di questa crescita accelerata è la fissazione di una grande frazione di azoto disponibile, utile a sostenere la crescita delle foreste nei primi anni. Inoltre la presenza di queste specie rimane relativamente stabile in foreste di 12 anni e si abbassa dal 71% al 23% in popolamenti di 80 anni, confermando la teoria che la fissazione simbiotica dell’ecosistema è funzionalmente assicurata durante l’intera successione forestale. Questi risultati dimostrano che la fissazione di azoto simbiotica può avere un ruolo centrale nel ciclo dell’azoto durante lo sviluppo di foreste tropicali, con implicazioni importanti sulla capacità delle foreste tropicali di sequestrare CO2 .

HIGHLIGHTS: La ricolonizzazione del faggio nel post glaciale, quali determinanti?

Titolo originale: Climate or migration: what limited European beech post-glacial colonization?

Autori: Frédérik Saltré, Rémi Saint-Amant, Emmanuel S. Gritti, Simon Brewer, Cédric Gaucherel, Basil A. S. Davis, Isabelle Chuine

Rivista: Global Ecology and Biogeography 22: 1217-1227, 2013

doi:10.1111/geb.12085

La storia dei processi di ricolonizzazione delle specie forestali nel post-glaciale si arricchisce di un interessante capitolo. Attraverso l’uso di un modello di processo (PHENOFIT) accoppiato a un modello di migrazione, le cui simulazioni sono state confrontate con i dati filogeografici attualmente a disposizione, è  stata ricostruita la migrazione del faggio nel postglaciale (ultimi 12 mila anni) a partire dalle zone di rifugio conosciute. In particolare, sono state stimate le velocità di migrazione (fra 270 e 630 m/anno, a seconda dei percorsi seguiti), è stato valutato il peso del fattore climatico nel determinare  la migrazione, ed il contributo delle diverse località di rifugio della specie.

Keywords:  Faggio, Olocene, Post-glaciale, Ricolonizzazione, Rifugi, Clima, Migrazione

Settore di Ricerca : Biologia di popolazione

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HIGHLIGHTS: Il ruolo del canale TPK3 nella fotosintesi clorofilliana

Titolo originale: A Thylakoid-Located Two-Pore K+ Channel Controls Photosynthetic Light Utilization in Plants
Autori: Luca Carraretto, Elide Formentini, Enrico Teardo et al.
Rivista: Science (2013) 342: 114-118
doi: 10.1126/science.1242113

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Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova ha pubblicato di recente su Science uno studio sulle funzioni della proteina TPK3. TPK3 è una proteina che trasporta cariche positive (ioni potassio) in senso inverso ai protoni (ioni idrogeno) attraverso la membrana fotosintetica regolando la variazione del flusso di protoni, e di conseguenza, l’efficienza fotosintetica. L’identificazione del canale TPK3 è un passo importante verso la comprensione della regolazione e della flessibilità del processo fotosintetico alle condizioni ambientali. In questo lavoro per la prima volta il canale TPK3 è stato localizzato nei tilacoidi, su piante erbacee appartenenti al genere Arabidopsis. L’attività di TPK3 ricopre un ruolo importante nella regolazione delle varie tappe della fotosintesi, quando la radiazione solare disponibile nell’ambiente varia nella sua intensità. In assenza di tale regolazione le piante non sarebbero in grado di sopravvivere e prosperare in condizioni ambientali diverse.

HIGHLIGHTS: Collelongo in copertina su Tree Physiology

Titolo originale: Seasonal and inter-annual dynamics of growth, non-structural carbohydrates and C stable isotopes in a Mediterranean beech forest
Autori: Andrea Scartazza, Stefano Moscatello, Giorgio Matteucci et al.
Rivista: Tree Physiology (2013)
doi: 10.1093/treephys/tpt045

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Lo studio presenta l’analisi di dinamiche stagionali e inter-annuali di crescita, carboidrati non strutturali (NSC) e composizione isotopica del carbonio (δ13C) sui NSC, nella faggeta di Collelongo (Italia centrale), in un periodo di osservazione di due anni caratterizzato da differenti condizioni climatiche. I risultati dimostrano che il carbonio netto assimilato dalle piante di alto fusto è stato utilizzato per sostenere la crescita a inizio stagione vegetativa e per l’accumulo di sostanze di riserva nel fusto e nelle radici, necessarie per il periodo di riposo e per la stagione successiva. Mentre le dinamiche di crescita e di NSC sono state solo leggermente influenzate dalla riduzione dell’acqua contenuta nel suolo durante l’anno più secco, gli isotopi del carbonio sugli NSC rivelano variazioni stagionali e inter-annuali di fotosintesi e di processi di frazionamento post-carbossilazione, con un aumento significativo di δ13C, efficienza d’uso dell’acqua e di sostanze di riserva nell’estate secca rispetto a quella umida.  La risposta omeostatica di breve-medio termine osservata indica che questa foresta mediterranea è in grado di regolare il bilanciamento carbonio-acqua per prevenire l’esaurimento del carbonio e per sostenere la crescita delle piante e l’accumulo di sostanze di riserva durante stagioni particolarmente secche.

Keywords:  Isotopi stabili del carbonio, Riserve di carbonio, Fagus Sylvatica, Stress idrico, Efficienza d’uso dell’acqua
Settore di Ricerca : Ecofisiologia forestale, Cambiamento climatico, Stress idrico

Info sull’immagine di copertina disponibili sul sito del CNR, sezione news

HIGHLIGHTS: Primi segni di saturazione nelle foreste Europee sink di carbonio.

Titolo originale: First signs of carbon sink saturation in European forest biomass
Autori: Gert-Jan Nabuurs, Marcus Lindner, Pieter J. Verkerk et al.
Rivista: Nature Climate Change (2013), Perspective
doi: 10.1038/nclimate1853

nclimate1853-f1In questo articolo gli autori sottolineano i primi segni di saturazione delle foreste europee sink carbonio. Lo studio è stato condotto su popolamenti forestali degli stati dell’UE (eccetto Romania, Irlanda e Malta), incluse Norvegia, Svizzera, Albania, Serbia e Bosnia. Il lavoro pone l’accento su tre punti allarmanti: i) la riduzione degli incrementi volumetrici (13 milioni di m3 in meno su 178 milioni di ettari di popolamenti forestali); ii) l’aumento della deforestazione; iii) i disturbi naturali ed antropogenici. Le attuali politiche di gestione dei patrimoni forestali necessitano di una profonda revisione per continuare a conservare e a sostenere i popolamenti forestali come sink di carbonio.

Keywords:  Foreste Europee, sink di carbonio, saturazione

Settore di Ricerca : Ecologia forestale, Cambiamenti climatici, Gestione forestale

Hydrology: Modelling School in Trento

Dear Modellers,

this school will be held in Trento (Italy) between the 14 and 18 (both included) of october 2013.

The school is the first of a cycle of high educational courses focusing on the hydrologic and environmental modeling by using Object Modeling System (OMS). OMS, a pure Java, object-oriented modeling framework., allows model construction and model application based on components.

Information about the system can be found here:

http://abouthydrology.blogspot.it/2013/01/object-modelling-system-resources.html

The school is dedicated to young Professors, Researchers, Post Docs, PhD students, and environmetal modellers and it is organised in 5 days of lessons and working groups.

Lecturers of the School will be:

Dr. Olaf David (Colorado State University, US)

Dr. Giuseppe Formetta (Università della Calabria)

Dr. Timothy Green (USDA Agricultural Research Service, US)

Dr. Gabriella Turek (NIWA, New Zealand

HIGHLIGHTS: L’emergente priorità della gestione idrica in ambito forestale

Titolo originale: Watering the forest for the trees: an emerging priority for managing water in forest landscapes
Autori: Gordon E Grant, Christina L Tague and Craig D Allen
Rivista: Frontiers in Ecology and the Environment (2013, 11: 314-321)
doi: 10.1890/120209

Cover-3_Cover-3Le recenti minacce derivanti da siccità stanno spingendo ad una rivalutazione della gestione delle risorse idriche in ambito forestale. In contrasto con l’opinione ampiamente diffusa che la gestione forestale dovrebbe enfatizzare la fornitura di acqua per usi a valle, in questo lavoro gli autori sostengono che il mantenimento della salute delle foreste, nell’attuale contesto di un clima che cambia, potrebbe richiedere l’utilizzo delle risorse idriche per le foreste stesse, per contribuire a ridurre la loro vulnerabilità al crescente stress idrico. Le strategie di gestione dovrebbero includere diradamenti, piantagioni di specie tolleranti la siccità, irrigazione ed interventi per rendere le risorse idriche più accessibili alle piante per la traspirazione. L’analisi di modelli idrologici sottolinea come specifiche azioni di gestione potrebbero ridurre la mortalità dovuta a stress idrici.

Settore di Ricerca : Cambiamento climatico, Gestione risorsa idrica, Forest Management

HIGHLIGHTS: Lo stress climatico aumenta la pericolosità degli incendi negli Stati Uniti occidentali

Titolo originale: Climatic stress increases forest fire severity across the western United States
Autori: Phillip J. van Mantgem, Jonathan C. B. Nesmith, MaryBeth Keife, et al.
Rivista: Ecology Letters (2013), Early View
doi: 10.1111/ele.12151

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Recentemente in molte aree degli USA si sta cercando di contrastare l’aumento degli incendi con l’attuazione del fuoco prescritto, per ridurre la presenza di biomassa a livello di sottobosco. In questo articolo gli autori hanno esaminato l’influenza del clima sui fenomeni di mortalità post-incendio in foreste di conifere degli Stati Uniti occidentali. Sono stati considerati 7117 alberi -da 251 aree trattate con fuoco prescritto- monitorati dal 1984 al 2005, confrontando i periodi pre e post incendio. I risultati dimostrano la presenza di una forte relazione tra lo stress climatico pre-incendio di lungo termine e la mortalità post-incendio, indipendentemente dall’intensità di calore rilasciato durante gli incendi.  Lo studio supporta la recente evidenza fisiologica che sia la siccità sia il riscaldamento da fuoco possono compromettere la conducibilità xilematica. In particolare, il sistema xilematico è più suscettibile ai danni da fuoco quando i meccanismi di riparazione dello xilema sono già stati compromessi da periodi di stress prolungato.

Keywords:  Clima, Effetti del fuoco, Fuoco prescritto, Mortalità
Settore di Ricerca : Ecofisiologia forestale, Cambiamento climatico, Siccità, Incendi

EDITORIALE: Lo scenario normativo europeo e nazionale per la condivisione dei dati della pubblica amministrazione

l 10 Aprile 2013 gli stati membri di EU 27 hanno formalmente approvato la modifica alla direttiva 2003/98/EC della Commissione Europea sul ri-utilizzo delle informazioni della pubblica amministrazione, conosciuta come PSI (Public Sector Information) Directive.

Il testo della modifica della direttiva PSI è disponibile qui:

 http://ec.europa.eu/information_society/policy/psi/docs/pdfs/directive_proposal/2012/it.pdf

La modifica rafforza la Direttiva PSI vincolando la Pubblica Amministrazione a facilitare il riutilizzo dei dati acquisiti. Gli utili economici diretti e indiretti totali connessi alle applicazioni e all’uso delle informazioni del settore pubblico per l’intera economia dell’UE-27 sono stati stimati dell’ordine di 140 miliardi di Euro all’anno.

In tale scenario appare particolarmente urgente individuare le più opportune strategie di condivisione dei dati acquisiti nel settore forestale-ambientale in Italia. Sia che si tratti di informazioni di natura spaziale o cartografica sia che si tratti di informazioni acquisite nell’ambito di campagne di monitoraggio a terra.

E’ per questo motivo che la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) ha organizzato, in occasione del suo congresso nazionale, che si terrà a metà settembre presso l’Università di Bolzano, una tavola rotonda sul tema.

La tavola rotonda ha lo scopo di facilitare la condivisione delle idee da parte dei diversi portatori d’interesse e di stimolare una costruttiva discussione, qui di seguito alcuni dei temi più rilevanti:

-        lo stato di applicazione della Direttiva PSI nel settore forestale-ambientale, in Italia e all’estero;

-        quali siano le più rilevanti banche dati che in campo forestale debbano essere riutilizzate e aperte all’utilizzo pubblico;

-        quale sia il ruolo delle diverse istituzioni coinvolte e l’attuale livello di coordinamento;

-        quali siano le possibili modalità di condivisione dei dati.

L’auspicio è che questa iniziativa possa facilitare una più fruttuosa collaborazione fra tutti i soggetti interessati alla produzione e utilizzazione dei data set inventariali e di monitoraggio nel settore forestale e ambientale.

Marco Borghetti

Gherardo Chirici

HIGHLIGHTS: Aumento dell’efficienza d’uso dell’acqua nelle foreste con l’aumento dell’anidride carbonica

Titolo originale: Increase in forest water-use efficiency as atmospheric carbon dioxide concentrations rise

Autori: Trevor F. Keenan, David Y. Hollinger, Gil Bohrer, Danilo Dragoni, J. William Munger,Hans Peter SchmidAndrew D. Richardson

Rivista: Nature, Vol 499, 324–327 (18 July 2013)

doi: 10.1038/nature12291

L’articolo riporta una valutazione, basata su misure di lungo termine a scala di intero ecosistema, del rapporto fra traspirazione e fotosintesi  (effficienza d’uso dell’acqua, WUE) in foreste boreali e temperate. I risultati dell’analisi mettono in evidenza un trend crescente di WUE, superiore a quello previsto da modelli funzionali e considerazini teoriche. L’aumento viene principalmente attribuito ad un forte effetto di fertilizzazione dovuto all’aumento della CO2 atmosferica. Si tratta di un’evidenza che potrebbe richiedere una rivalutazione dei mecccanismi (soprattutto quelli della regolazione stomatica) rappresentati nei modelli clima-vegetazione per la rappresentazione dell’economia dell’acqua e del carbonio della vegetazione terrestre sotto scenari di cambiamento climatico.

Keywords:  Foreste, Cambiamento climatico, Efficienza d’uso dell’acqua, Aumento, Anidride carbonica, Fertlizzazzione, Stomi

Settore di Ricerca : Ecofisiologia forestale, Cambiamento climatico

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HIGHLIGHTS: Risposta alla siccità nella foresta mediterranea: il ruolo dell’allometria idraulica

Titolo originale: The temporal response to drought in a Mediterranean evergreen tree: comparing a regional precipitation gradient and a throughfall exclusion experiment

Autori: Nicolas K. Martin-StPaul, Jean-Marc Limousin, Hélène Vogt-Schilb, et al.

Rivista: Global Change Biology  Volume 19, Issue 8, pages 2413–2426, August 2013

doi: 10.1111/gcb.12215

Un altro lavoro interessante sulla risposta alla siccità della foresta mediterranea. In questo caso, sono stati studiati boschi di leccio (Quercus ilex) in diverse condizioni climatiche (gradienti di precipitazioni) e anche sottoposti a esperimenti di parziale esclusione delle precipitazioni sottochioma. Sono stati studiati diversi caratteri ecofisiologici, primariamente legati alle relazioni idriche, a diverse scale, dalla foglia alla copertura. Per molti dei caratteri studiati (scambi gassosi, vulnerabilità alla cavitazione, ecc.)  è stata messa in evidenza una risposta di tipo omeostatico; per altri invece (soprattutto rapporto fra area fogliare e del sapwood, fra area delle radici fini e del sapwood) è stata messa in evidenza una risposta acclimatativa. Nel comlesso, l’evidenza è quella di un forte ruolo dell’acclimatazione del sistema idraulico nel mantenimento del potenziale idrico, della funzionalità xilematica e del bilancio del carbonio.

Keywords:  Foreste mediterranee, Siccità, Xilema, Vulnerabilità, Allometria, Cambiamento climatico, Quercus ilex,

Settore di Ricerca : Ecofisiologia forestale, Cambiamento climatico, Siccità

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Successo per iForest

Fondata nel 2008, la rivista internazionale della SISEF (iForest -Biogeosciences and Forestry) si è vista assegnare, pochi giorni orsono, un Impact Factor (IF 2012) di 1.057. Questo dato colloca iForest  28/60 nel settore Forestry, 46/126 fra tutte le riviste italiane ( di tutti i settori) dotate di IF, prima rivista per IF fra le riviste pubblicate in italia nel campo delle scienze agrarie.

Marco Borghetti

HIGHLIGHTS: Disseccamenti e collasso idraulico in angiosperme legnose temperate durante una siccità estiva estrema

Titolo originale: Shoot desiccation and hydraulic failure in temperate woody angiosperms during an extreme summer drought

Autori: Andrea Nardini, Marta Battistuzzo, Tadeja Savi

Rivista: New Phytologist, early view, 18 April 2013,

doi: 10.1111/nph.12288

New Phytologist

Un lavoro quasi in tempo reale. Colta l’occasione di un evento di siccità estrema durante l’estate del 2012, è stato caratterizzato lo stato irdrico e la condizione idraulica di sei angiosperme legnose dell’ambiente carsico triestino.  Il risultato principale riguarda la relazione fra intensità del danno (quantificata in termini di percento di chioma con disseccamenti) e le propretà idrauliche, in particolare  il valore di potenziale idrico in grado di indurre il 50% di perdita della conduttività idrulica (PSI50), e la densità del fusto. I disseccamenti sono risultati più diffusi nelle specie con valori meno negativi di PSI50. Questi tratti appaiono quindi di interesse per la previsioni della risposta specifica ad eventi di siccità estrema, come si attendono per effetto del cambiamento climatico in atto.

Keywords:  Latifoglie, Siccità, Xilema, Densità del fusto, Vulnerabilità, Embolia, Cambiamento climatico,

Settore di Ricerca : Ecofisiologia, Cambiamento climatico

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EDITORIALE: Luci e ombre per lo sviluppo degli spazi verdi urbani

Il dibattito e le azioni relative alla pianificazione, progettazione e gestione del verde in città vanno acquisendo sempre maggiore importanza, sotto il profilo sia tecnico-scientifico che sociopolitico: il livello di benessere degli abitanti in città è infatti sempre più percepito anche in relazione alla qualità e all’organizzazione degli spazi verdi. Questa affermazione assume particolare rilievo se si considera che più della metà della popolazione mondiale vive ormai in ambienti urbanizzati. Tale consapevolezza, maturata anche nel nostro Paese, si traduce in atti normativi: in questo contesto è entrata in vigore a metà dello scorso febbraio la legge n. 10/2013 recante nuove norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani.
Pur rappresentando un positivo segnale di interesse politico e pur offrendo un potenziale quadro di opportunità anche per quanto riguarda specificatamente l’insieme di discipline e interventi tesi a gestire gli alberi e i popolamenti forestali in città, si evince una certa carenza di organicità della legge e soprattutto si rileva il rischio che essa rimanga un enunciato senza forza prescrittiva. Si coglie comunque l’occasione di una sintetica disamina della legge stessa per una breve riflessione su alcuni aspetti della effettiva prassi della cosiddetta “selvicoltura urbana” nel nostro Paese. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: INFC, le precisazioni del Corpo Forestale dello Stato

Riceviamo e rendiamo pubbliche volentieri  le cortesi precisazioni del Dr. Enrico Pompei (Corpo Forestale dello Stato), a seguito del nostro recente editoriale sui dati INFC.

Ecco qui la lettera.

Diamo certamente fede alle affermazioni secondo le quali  il CFS dice di aver condiviso i dati dell’INFC con diversi Enti territoriali, a seguito di formali accordi e sulla base di ben precisi impegni, dettagliatamente elencati dal Dr. Pompei. A noi risulta che per poter accedere ai dati in alcuni casi si è dovuto procedere alla predisposizione di apposite convenzioni di ricerca, con tanto di rimpalli fra diverse amministrazioni, e relativi lunghi tempi di attesa.

Ecco,  è proprio questo che non ci convince. In un’epoca in cui la pubblica amministrazione dovrebbe fare della trasparenza un vanto, in cui tutto è in rete, non dovrebbe bastare,  per poter accedere ai dati, compilare un semplice formulario online, con poche semplici richieste? Come può fare altrimenti un ricercatore indipendente, caso mai non strutturato, caso mai straniero, ma con belllissime idee circa l’uso possibile dei dati?

Con la NASA e i suoi dati satellitari si fa così.

Ma forse il CFS non gradisce il paragone con la NASA…..

Marco Borghetti

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