EDITORIALE: Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

Le classifiche delle Università: un simpatico dibattito su Fb

qualche giorno è uscita una delle tante classifiche delle università, nel caso specifico quella di QS:

http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2014#sorting=rank+region=+country=+faculty=+stars=false+search=

da cui vari commenti sugli organi di stampa, ad esempio:

http://www.corriere.it/scuola/14_settembre_16/universita-bologna-migliore-italia-secondo-ranking-qs-90c8dfd8-3d89-11e4-8a05-562db8d64ccf.shtml

Un nostro collega ha postato su Fb un suo commento, e da lì è seguito un simpatico dibattito.

Lo stile è quello pop e spontaneo tipico di Fb, per cui ho deciso di pubblicare lo scambio di idee. NB: ho corretto qualche evidente refuso ma non sono intervenuto sullo stile, che rimane quello di una libera conversazione da coffee break, ho solo sostituito i nomi con delle sigle. C’e’ un po’ di tutto, scegliete voi, potete mescolare se pensate che venga fuori una  ricetta migliore.

Ecco qui:

FF: riflettevo in questi giorni sulle varie classifiche che collocano le università italiane molto indietro nel ranking internazionale. Senza voler difendere tutto e tutti, ma analizzando asetticamente e criticamente, e sapendo quali sono le reali condizioni dell’Università italiana. Purtroppo c’è sempre una mezza verità nei titoli e nei commenti di queste classifiche. Anzi, in questo caso, di verità ce n’è meno di mezza. Come scritto in un documento presentato lo scorso gennaio al “…omissis….” dal quale ho ricavato quanto sotto. E’ del tutto forviante esaminare il sistema universitario solo sulla base delle classifiche delle università, che spesso sono stilate in basi a criteri piuttosto arbitrari, non hanno consistenza scientifica poiché la posizione è calcolata in base ad un mix di parametri del tutto questionabili (dalla produzione scientifica, al numero di studenti per docenti) e soprattutto non tengono conto dei finanziamenti a disposizione. Tanto per dare un esempio basta ricordare che nel 2012 le spese operative della sola università di Harvard, frequentata da qualche decina di migliaia di studenti, solitamente ai primi posti di queste classifiche, equivalgono a poco meno della metà di tutto il fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana. Quindi il problema non è che Harvard sia prima, il problema sarebbe se non lo fosse. La cosa sorprendente è come, nonostante sia strangolata dalla mancanza di fondi, dalla burocrazia che blocca tutto, dalla scarsa preparazione con cui gli studenti giungono dalle superiori, l’Università italiana riesca ancora a produrre eccellenze e a primeggiare nel panorama mondiale. L’analisi della produttività scientifica della ricerca evidenza risultati ottimi e sicuramente sorprendenti per l’opinione pubblica che molto spesso viene solo informata quando esce l’ennesima classifica delle università, in cui notoriamente gli atenei italiani non occupano le prime posizioni. Se esaminiamo uno studio commissionato dal governo britannico agli analisti dell’Elsevier (pubblicato il 6 Dicembre 2013) per capire come la ricerca del Regno Unito si colloca nel panorama mondiale (il confronto è fatto con le nazioni con la maggiore produzione scientifica (Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti), e con quelle in forte crescita (Brasile, India e Russia), su un numero elevato di parametri bibliometrici), i risultati sono a dir poco miracolosi per il nostro sistema ricerca. Infatti risulta da questo studio che l’efficienza della ricerca italiana è ottima: ad esempio il numero di citazioni ottenute per unità di spesa in ricerca e sviluppo è secondo solo al Regno Unito e pari a quello Canadese, dunque maggiore di Francia, Germania, Usa, ecc. Mi piacerebbe avere il parere dei colleghi-amici di Fb.

E i commenti non si fanno attendere:

AV: infatti, prima di dilettarsi a stilare classifiche, o a riproporle in blocco, sarebbe il caso che i cronisti si informassero sui parametri applicati. Le università italiane hanno a disposizione risorse che farebbero disperare quelle di un altro paese. Nonostante questo la nostra ricerca produce risultati ottimi.

FM: forse negli studi che hai citato il numeratore (spesa/citazioni) non tiene conto dei contratti esterni, che in Italia sono l’unica fonte di entrata per le spesa, che copre anche una buona parte del costo del personale precario. Prendendo invece in conto solo l’investimento “ordinario”, ovvero i relativamente miseri stipendi che percepiamo, pur non contando il precariato diffuso, la nostra efficienza schizza in alto. Resta il fatto che l’Italia ha poche eccellenze che raccolgono moltissimi finanziamenti (UE, industria etc.) e fanno lievitare le medie. E questa è l’anomalia del nostro sistema, che ha sempre tollerato enormi sacche di improduttività scientifica.

FF: infatti è ciò che è scritto nel mio commento.

PC: il problema è anche chi ha l’egemonia dei ranking: gli anglosassoni. Ma non possiamo troppo lamentarci, poiché di fronte a questo sistema (sbagliato) di valutazione, noi abbiamo per anni adottato il sistema “nessuna valutazione” o anche peggio. Da questo punto di vista la nostra Università è stata incapace di utilizzare un autogoverno che pure ha avuto. Per il resto concordo con te.

FM: F, le tue e le mie riflessioni non coincidono però al 100%. Io dico che come fanno i conti, la classifica spesa/citazioni ci sopravvaluta perché non conta la spesa fatta su progetti esterni che è preponderante.

FR: mi riesce difficile commentare in generale, ci sono troppe variabili in gioco. Alcuni vertici deprimenti (ho assistito ad un talk di un rettore di una grande Università che ha parlato italiano in un contesto internazionale, solo per fare un piccolo esempio, e sul CNR taccio perché non si sputa mai nel piatto in cui si mangia anche se pentirsi, si, alla fine ci sono riusciti a farmi pentire..), troppi professori in cattedra che non si capisce bene come ci siano finiti, troppi ricercatori che troppo presto hanno raggiunto i vertici della carriera e si sono seduti, bravissimi precari che si dannano pur non sapendo che fine faranno nel mucchio selvaggio, stabilizzazioni senza merito, e quindi disparità di trattamento che non dovrebbero essere ammissibili in un sistema anche minimamente onesto, troppi blocchi e farraginosità procedurali e amministrative in un sistema che dovrebbe essere snello, dinamico, slegato da troppi orpelli. Credo che il sistema ricerca in Italia stia facendo quasi troppo, come poi molte parti del resto del paese, ma si regga sulle spalle di pochi. Che poi qualcuno pensa siano “quelli dell’IF alto” che se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni. Un alto gesto per la scienza, ma un basso gesto per la ricerca. Ma poi qualcuno pensa anche che siano quelli che spendono un sacco di tempo e energia in commissioni, gruppi di lavoro, creazione di progetti, perché spesso quando il sistema ricerca ha bisogno di qualcuno che si sbatta, sono quelli a rispondere, e comunque grazie a loro la bandierina tricolore continua a sventolare. Insomma, quando i giochi diventano duri bisognerebbe chiamare a raccolta le squadre, ma prima servirebbe trovare i generali che lo sanno fare. Come poi nel Paese.

FM: F., d’accordo quasi su tutto. Ma chi sono i ricercatori con H-index alto che “se ne stanno chiusi nel proprio studio a sfornare pubblicazioni”? Ne conosci? Non mi sembra che MCF, FL, SF, RV, BV, MM, SV solo per citarne alcuni, non si sbattano in giro per il mondo in commissioni e gruppi di studio. Poi certo c’è anche l’eccezione; e noi una l’abbiamo in Istituto ma non fa statistica.

SB: I problemi dell’Università italiana sono noti e arcinoti: una burocrazia elefantiaca che è andata peggiorando negli anni, criteri di selezione per posizioni e fondi estremamente discutibili e soprattutto inefficienti ai fini di una selezione delle vere eccellenze, una internazionalizzazione da operetta, una incapacità genetica a creare gioco di squadra, una gestione del personale priva di ogni approccio morivazionale, l’attività delle istituzioni di ricerca mai finalizzata a un preciso obiettivo, interazione ricerca-mondo produttivo quasi assente. I fondi in realtà sono l’ultimo dei problemi in quanto c’è stato un periodo in cui erano abbondanti (progetti finalizzati, 40 e 60%, CNR etc.), eppure non si è visto un solo passo avanti. Negli ultimi anni si aggiunge anche un invecchiamento del corpo docente. E’ un vero peccato perché nonostante tutti i problemi continuo a credere che la preparazione di base che l’università fornisce sia concreta e i nostri laureati suscitano apprezzamento quando introdotti in team efficienti. Inutile stare a piangere sui giudizi degli altri e cominciamo a rimuovere gli ostacoli.

FF: lo sapevo che avrei stimolato il dibattito. Lo scopo era questo.

CP: abbiamo vinto il ‘prestigioso’ progetto PRIN 2012 ci hanno dato 34.000 euro in tre anni e dobbiamo gestire due topic…..ci ‘facessero il piacere’ di misurare la capacità scientifica con i fondi di ricerca!!!! Ora vado a lezione!

FR: no caro mio F., nomi non ne faccio, e non mi riferivo certo alle persone che mi dici tu, e comunque la mia non era una offesa per nessuno.

EP: dai miei frequenti viaggi presso istituzioni di ricerca estere, ne traggo i seguenti insegnamenti: gli Italiani sono bravi, ma non hanno soldi e non sanno premiare il merito.

SP: sono molte le cose che non condivido nell’università italiana e mi meraviglio sempre di certe statistiche. I nostri ricercatori non sono da meno di quelli del resto del mondo e si vede, quando ‘possono’ lavorare e questo avviene in genere all’estero, dove non c’è un mondo perfetto, ma se non altro ti valutano per quello che sai fare, e il buon senso vige, assai più che da noi…

AM: secondo me, il problema più grosso è che da anni stanno smantellando l’attuale sistema universitario. Fino dai tempi di Berlinguer, per intendersi. L’attuale sistema di reclutamento è fatto per fare entrare pochissime persone rispetto a quelle che vanno in pensione per limiti di età o perché hanno raggiunto il massimo di contributi. Gran parte delle persone valide che si sono formate negli anni se ne sono andate (quindi abbiamo sprecato risorse per niente). I ragazzi più bravi, vista la situazione, non provano nemmeno a fare domanda per un dottorato. Quindi si assiste ad un impoverimento culturale progressivo di quelli che rimangono. In questa triste situazione riusciamo spesso a fare anche troppo, viste le risorse finanziarie ed umane. Ma sicuramente il futuro sarà peggiore.

CP: esatto concordo con quanto detto da AM.

FF: un bello scambio! Era questo lo scopo del post.

AM: sono convinto che lo scopo finale di tutto questo è quello di far fuori l’università e la ricerca pubblica, per sostituirla con strutture private. Non costeranno più nulla allo Stato, ma faranno guadagnare tanto i pochi che le gestiranno. Magari anche i docenti e ricercatori che ci lavoreranno guadagneranno di più, ma saranno sicuramente meno liberi.

SB: non credo che esista alcun disegno premeditato né alcun dolo in tutto questo: equivarrebbe a fare un complimento all’intelligenza di chi è responsabile dello status attuale. Io penso che sia solo approssimazione, cialtroneria, presunzione, miopia e incapacità…

MB: trovo lucidi i commenti di FM, da noi troppa variabilità, grandi picchi e molte mediocrità. Dopodiché se un premier provasse davvero a eliminare le mediocrità (chiudendo fisicamente strutture inutili, trasferendo fisicamente le persone e concentrando i soldi dove vale la pena), il giorno dopo si ritroverebbe un milione di persone in piazza e gli enti locali in rivolta a rivendicare l’indispensabilità sociale di qualsiasi micro-struttura sparsa sul territorio (in Francia il problema lo hanno un po’ ridotto, ad esempio, perché a livello di decentralizzazione sono rimasti a Re Sole…). Un piccolo contributo: in questo indice (e anche in altri) a mio avviso pesa poco (in questo caso il 10%, come giudizio dei datori di lavoro e degli head hunters) il dato sul follow-up del “prodotto”, vale a dire le performance del laureato italiano, ovunque esso sia, multas per gentes et multa per aequora vectus….

PC: si stanno commentando classifiche fatte su criteri anglosassoni per il mondo anglosassone. Nelle nostre Università troviamo ( come già evidenziato da qualcuno) livelli di eccellenza ma anche valori scarsi o appena passabili. In genere siamo bravi se messi sotto pressione e non di rado con pochi soldi riusciamo meglio di chi, spesso all’estero, riceve grossi finanziamenti. E’ anche vero che ci complichiamo la vita con una burocrazia esasperata (non credo ci sia un disegno, sarebbe studiato troppo bene) e che non sappiano apprezzare riconoscere la bravura. Queste classifiche sono spesso fatte per i giornali. Chi lavora bene continuerà a farlo anche senza titoloni. Si potrebbe aggiungere che queste classifiche segnalano la capacità di fare squadra. Noi lavoriamo meglio come solisti o a livello di piccoli gruppi. Se facessero una classifica dei singoli saremmo considerati molto meglio. Andando all’estero si vedono ottimi laboratori, solide unità di ricerca, ma non sempre grande fantasia. Se introduci un ricercatore italiano nel mix spesso si ottengono ottimi risultati. Abbiamo dei talenti ma non siamo capaci di valorizzarli.

Alla prossima classifica….

Marco Borghetti

EDITORIALE: Mappe globali: inferenza scientifica o solamente (belle) figure?

Sulla rivista Science è stato recentemente pubblicato un articolo in cui i dati Landsat (risoluzione geometrica pari a trenta metri) sono stati utilizzati per mappare, a livello planetario, la riduzione (2,3 milioni di chilometri quadrati) e l’incremento (0,8 milioni di chilometri quadrati) delle aree forestali, dal 2000 al 2012 (Science 342, pp. 850-853). Nell’arco di tempo considerato, la Russia presenterebbe la maggiore riduzione di superficie forestale mentre i Paesi tropicali mostrerebbero una perdita di superficie forestale pari a oltre duemila chilometri quadrati l’anno; il Brasile rappresenterebbe una eccezione in termini di cambiamenti di copertura forestale, con una riduzione delle aree boscate compensata da una intensa attività di realizzazione di piantagioni forestali. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Foreste e Turismo

di Giovanni Sanesi

Il paesaggio è espressione di uno specifico contesto socioeconomico e rappresenta il risultato dell’integrazione, nello spazio e nel tempo, di processi, economici, ambientali e sociali. Su questa definizione hanno ampiamente concordato i cinque partecipanti della tavola rotonda “Foresta, paesaggio e turismo” del IX Congresso SISEF (Mauro Agnoletti – Università Firenze, Arne Arnberger – Università Boku Vienna, Mario Broll – Provincia Autonoma di Bolzano, Giuseppe Carrus – Università Roma Tre e Luis Durnwalder – Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano). Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Lo scenario normativo europeo e nazionale per la condivisione dei dati della pubblica amministrazione

l 10 Aprile 2013 gli stati membri di EU 27 hanno formalmente approvato la modifica alla direttiva 2003/98/EC della Commissione Europea sul ri-utilizzo delle informazioni della pubblica amministrazione, conosciuta come PSI (Public Sector Information) Directive.

Il testo della modifica della direttiva PSI è disponibile qui:

 http://ec.europa.eu/information_society/policy/psi/docs/pdfs/directive_proposal/2012/it.pdf

La modifica rafforza la Direttiva PSI vincolando la Pubblica Amministrazione a facilitare il riutilizzo dei dati acquisiti. Gli utili economici diretti e indiretti totali connessi alle applicazioni e all’uso delle informazioni del settore pubblico per l’intera economia dell’UE-27 sono stati stimati dell’ordine di 140 miliardi di Euro all’anno.

In tale scenario appare particolarmente urgente individuare le più opportune strategie di condivisione dei dati acquisiti nel settore forestale-ambientale in Italia. Sia che si tratti di informazioni di natura spaziale o cartografica sia che si tratti di informazioni acquisite nell’ambito di campagne di monitoraggio a terra.

E’ per questo motivo che la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) ha organizzato, in occasione del suo congresso nazionale, che si terrà a metà settembre presso l’Università di Bolzano, una tavola rotonda sul tema.

La tavola rotonda ha lo scopo di facilitare la condivisione delle idee da parte dei diversi portatori d’interesse e di stimolare una costruttiva discussione, qui di seguito alcuni dei temi più rilevanti:

-        lo stato di applicazione della Direttiva PSI nel settore forestale-ambientale, in Italia e all’estero;

-        quali siano le più rilevanti banche dati che in campo forestale debbano essere riutilizzate e aperte all’utilizzo pubblico;

-        quale sia il ruolo delle diverse istituzioni coinvolte e l’attuale livello di coordinamento;

-        quali siano le possibili modalità di condivisione dei dati.

L’auspicio è che questa iniziativa possa facilitare una più fruttuosa collaborazione fra tutti i soggetti interessati alla produzione e utilizzazione dei data set inventariali e di monitoraggio nel settore forestale e ambientale.

Marco Borghetti

Gherardo Chirici

EDITORIALE: Luci e ombre per lo sviluppo degli spazi verdi urbani

Il dibattito e le azioni relative alla pianificazione, progettazione e gestione del verde in città vanno acquisendo sempre maggiore importanza, sotto il profilo sia tecnico-scientifico che sociopolitico: il livello di benessere degli abitanti in città è infatti sempre più percepito anche in relazione alla qualità e all’organizzazione degli spazi verdi. Questa affermazione assume particolare rilievo se si considera che più della metà della popolazione mondiale vive ormai in ambienti urbanizzati. Tale consapevolezza, maturata anche nel nostro Paese, si traduce in atti normativi: in questo contesto è entrata in vigore a metà dello scorso febbraio la legge n. 10/2013 recante nuove norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani.
Pur rappresentando un positivo segnale di interesse politico e pur offrendo un potenziale quadro di opportunità anche per quanto riguarda specificatamente l’insieme di discipline e interventi tesi a gestire gli alberi e i popolamenti forestali in città, si evince una certa carenza di organicità della legge e soprattutto si rileva il rischio che essa rimanga un enunciato senza forza prescrittiva. Si coglie comunque l’occasione di una sintetica disamina della legge stessa per una breve riflessione su alcuni aspetti della effettiva prassi della cosiddetta “selvicoltura urbana” nel nostro Paese. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: INFC, le precisazioni del Corpo Forestale dello Stato

Riceviamo e rendiamo pubbliche volentieri  le cortesi precisazioni del Dr. Enrico Pompei (Corpo Forestale dello Stato), a seguito del nostro recente editoriale sui dati INFC.

Ecco qui la lettera.

Diamo certamente fede alle affermazioni secondo le quali  il CFS dice di aver condiviso i dati dell’INFC con diversi Enti territoriali, a seguito di formali accordi e sulla base di ben precisi impegni, dettagliatamente elencati dal Dr. Pompei. A noi risulta che per poter accedere ai dati in alcuni casi si è dovuto procedere alla predisposizione di apposite convenzioni di ricerca, con tanto di rimpalli fra diverse amministrazioni, e relativi lunghi tempi di attesa.

Ecco,  è proprio questo che non ci convince. In un’epoca in cui la pubblica amministrazione dovrebbe fare della trasparenza un vanto, in cui tutto è in rete, non dovrebbe bastare,  per poter accedere ai dati, compilare un semplice formulario online, con poche semplici richieste? Come può fare altrimenti un ricercatore indipendente, caso mai non strutturato, caso mai straniero, ma con belllissime idee circa l’uso possibile dei dati?

Con la NASA e i suoi dati satellitari si fa così.

Ma forse il CFS non gradisce il paragone con la NASA…..

Marco Borghetti

EDITORIALE: INFC, the same old story, neanche le Regioni hanno i dati

INFC, the same old story, neanche le Regioni dispongono dei dati elementari

Ne abbiamo già parlato in precedenza, col tempo speravamo la situazione si risolvesse.

Macché, la gestione dei dati di base dell’ultimo Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio (INFC) è rimasta la stessa: i dati di base se li tiene chi li ha prodotti (Corpo Forestale dello Stato), come fossero gioielli (?) di famiglia e non informazioni prodotte con soldi pubblici. Si badi bene:  parliamo di qualcosa che ormai risale alla metà dello scorso decennio, non parliamo dell’uovo di ieri.

Ma, cosa volete, ogni volta che mi imbatto in queste straordinarie prestazioni dell’amministrazione pubblica mi viene da scrivere qualcosa, ecco qui l’ultima occasione. Ho recentemente collaborato, attraverso l’Istituto di Economia Agraria (INEA), alla stesura del piano pluriennale di forestazione della regione Basilicata, nel quale si stabiliscono gli indirizzi per la gestione sostenibile delle risorse forestali regionali. Pochi dubbi che per gestire una risorsa occorra conoscerla, e per fortuna la Regione Basilicata da qualche hanno si è meritoriamente dotata di una carta forestale ad alta risoluzione che facilita grandemente il compito dei tecnici impegnati nella gestione delle foreste e del territorio.

Ma sulla carta forestale sono riportate le superfici, non la consistenza (cioè il volume legnoso) dei boschi, e tantomeno il loro incremento legnoso. E come tutti sanno sono questi ultimi i dati necessari per potere stabilire l’uso sostenibile della risorsa forestale, nonché  il suo contributo agli obbiettivi di mitigazione legati all’assorbimento del carbonio atmosferico. Come ben spiegava Giovanni Bernetti, in fin dei conti tutto il nostro ragionare gira intorno al numero di alberi e al loro  volume per unità di superficie.

Accingendomi a ragionare sugli indirizzi gestionali per la Regione Basilicata, uno dei primi pensieri è corso quindi alla possibilità di andare sui punti dell’INFC, rimisurare e verificare quindi quanto i boschi crescessero nel corso del tempo: dato fondamentale per poterne individuare una strategia d’uso. E fra me e me pensavo: sicuramente la Regione, che ha per legge piena competenza in materia,  avrà la possibilità di accedere ai dati elementari dell’INFC e poterli utilizzare a  questi fini, del tutto istituzionali. Mi veniva fin da pensare che potesse esistere una procedura consolidata perché una tale ovvia forma di collaborazione in seno all’amministrazione pubblica potesse attuarsi.

Figurarsi! A mie ripetute  sollecitazioni, mi è sempre stata la stessa “italica” risposta: “si forse, bisognerebbe sentire il dott. Caio, fare istanza al dott. Tizio, mi pare di aver capito che i dati siano sull’hard disk della dottoressa Sempronia, ci sono problemi procedurali, di riservatezza”, eccetera, eccetera. Risultato: la Regione Basilicata non conosce tuttora i dati di base INFC rilevati sul proprio territorio, e quindi è priva di informazioni importanti per la gestione delle proprie risorse forestali.

E per quante altre Regioni la cose stanno così? Ma vogliono i Presidenti di Regione attivarsi e chiedere ufficialmente al Ministro delle Politiche Agricole di por fine a questa situazione, a questa sorprendente  gestione di dati raccolti con fondi pubblici? Che fra l’altro tende a generare non benevoli  retropensieri sulla qualità dei dati raccolti. Saremmo ben lieti di poterli scacciar via.

Buon 2013 a tutti.

Marco Borghetti

EDITORIALE: La valutazione della qualità della ricerca e della didattica nell’Università italiana: siamo pronti ad affrontare questa sfida?

Lo scorso 23 ottobre 2012 si è svolto a Roma presso la sede del M.I.U.R. (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) un incontro organizzato da A.I.S.S.A. (Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie) dal titolo. “Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali: quali cambiamenti alla luce dell’evoluzione normativa e delle esigenze degli utenti”. L’incontro è stato dedicato alla valutazione della ricerca e alla valutazione della didattica nelle Università italiane e, in particolare, nelle ex Facoltà, ora Dipartimenti o Scuole, di Agraria.

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EDITORIALE: Anche i professori ordinari diventano “candidati”: le valutazioni di ANVUR

Si tratta di una novità di rilievo per il mondo accademico.

Per la prima volta i professori ordinari che intendevano partecipare alle commissioni per l’assegnazione dell’abilitazione nazionale (e quindi alla prima fase del reclutamento universitario) si sono dovuti sottoporre a una valutazione della propria attività scientifica. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Quali corsi universitari forestali a due anni dalla riforma Gelmini?

Quali corsi universitari forestali a due anni dalla riforma Gelmini?

Agricoltura e selvicoltura rappresentano un sistema complesso che produce beni e servizi essenziali per lo sviluppo del territorio rurale e il benessere della collettività, tra cui molteplici prodotti agricoli e forestali, bioenergie, qualità dell’ambiente e dello spazio rurale. Pur modulata a seconda delle specializzazioni connesse a tale multifunzionalità, l’identità del laureato che principalmente opera in questi settori è direttamente coniugabile con un approccio integrato ai temi della qualità/sicurezza/redditività dei prodotti e dei processi produttivi, della gestione delle risorse suolo, acqua, biodiversità e paesaggio e del supporto tecnico-scientifico alle politiche ambientali e ai progetti di sviluppo rurale. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Che fine ha fatto il regolamento FLEGT?

CHE FINE HA FATTO IL REGOLAMENTO FLEGT?

Alla fine dello scorso anno il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (MiPAAF) è stato individuato quale Autorità Competente (AC) nazionale per l’attuazione dei Regolamenti FLEGT (Reg. 2173/2005 – Forest Law Enforcement, Governance and Trade) e Timber Regulation (Reg. 995/2010), inerenti il commercio di legno e prodotti derivati in territorio comunitario. Lo stesso MiPAAF, di concerto con il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del territorio e del Mare, dovrà a breve redigere anche il testo di una norma nazionale di attuazione dei citati Regolamenti e predisporre un apposito sistema sanzionatorio. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: iForest nel Journal of Citation Report di Web of Science

La nostra rivista iForest-Biogeosciences and Forestry ha ricevuto pochi giorni fa il pieno accreditamento internazionale con l’inclusione, da parte di Thomson Reuters, nel Journal of Citation Report (JCR 2011) di Web of Science (WoS) e l’assegnazione dell’Impact Factor (IF=0.507). Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: A proposito delle valutazioni dei progetti FIRB e MIUR

C’è qualcosa di “suggestivo” nelle valutazione dei progetti FIRB e MIUR-COFIN.

Giunge notizia di progetti che hanno conseguito valutazioni ben superiori a 90/100, e che sono stati esclusi. Motivo? I progetti ammessi hanno conseguito la valutazione di 100/100 o pochissimo meno. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Quando si dice degli effetti del “Climatic Change”…

Secondo il testo di una legge recentemente promulgata dalla Regione Puglia, sembrerebbe che questo territorio sia interessato da caduta di “valanghe” (L.R. 12/2012, art. 2, comma 1, subcomma 2: “Gli interventi di trasformazione del bosco sono vietati, fatte salve le autorizzazioni rilasciate dagli enti preposti attraverso un procedimento unico teso alla semplificazione della procedura, coordinato dal competente Servizio foreste, compatibilmente con la conservazione della biodiversità, con la stabilità dei terreni, con il regime delle acque, con la difesa dalle valanghe e dalla caduta dei massi, con la tutela del paesaggio, con l’azione frangivento”), forse precoce effetto del cambiamento climatico in atto!

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EDITORIALE: Corso di laurea in scienze forestali e ambientali: rendiamo nuovamente possibile anche la laurea a ciclo unico?

In questi mesi la vita degli atenei italiani è caratterizzata dall’applicazione delle novità previste della recente legge di riforma. Un po’ dappertutto si stanno rinnovando le strutture primarie (scuole, dipartimenti) e gli organi dirigenti. Si tratta di un processo che in più di un caso ha comportato riformulazioni dell’offerta formativa, razionalizzazione dell’organizzazione didattica, a volte anche dolorose soppressioni.
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EDITORIALE: Caro GEV07, qualcosa non torna nei tuoi criteri di valutazione

E’ in corso, per le università italiane, la valutazione della qualità della ricerca (VQR) del periodo 2004-2010 da parte di ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca). Tale valutazione avrà un notevole impatto sui finanziamenti dei vari atenei e, qualora gli atenei intendessero farlo, potrà servire per distinguere strutture e settori diversamente produttivi sul piano scientifico, in modo da poter decidere in modo razionale sull’allocazione delle risorse all’interno delle università.
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EDITORIALE: E’ davvero troppo il bosco in Italia?

Assistiamo da alcuni decenni alla schizofrenia dell’abbandono dei territori rurali marginali e non produttivi e, al contempo, a un consumo inarrestabile di suolo da parte di infrastrutture, poli commerciali e produttivi, espansione edificatoria sproporzionata e antinomica rispetto all’andamento demografico del nostro Paese, anche nei Comuni meno dinamici sotto il profilo economico. Negli ultimi due decenni, i soprassuoli forestali sono avanzati al ritmo di circa 35.000 ettari all’anno. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: La generazione (accademica) egoista

Fino a qualche tempo fa i professori universitari restavano all’università fino al limite di età consentito. Fuori ruolo a 70 o 72 anni, già vivevano con rammarico questo periodo e arrivati ai 75 quasi mai si rassegnavano ad abbandonare completamente l’attività. Molti, soprattutto i migliori, continuavano a frequentare gli istituti, a studiare e a seguire gli allievi. Era una prassi, forse con qualche aspetto negativo, ma anche con molti risvolti positivi. Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: Non poteva Ernesto Galli della Loggia scrivere un commento più intelligente sulla proposta ANVUR?

Da qualche giorno l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema universitario e della Ricerca) ha pubblicato un documento-proposta riguardante i criteri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale. Vi invito a scaricarlo dal sito ANVUR (⇒ http://www.anvur.org), e a leggerlo.  Leggi il resto dell’articolo

EDITORIALE: La valutazione degli Istituti CNR

Nel secondo semestre del 2009 ho contribuito, insieme a numerosi colleghi italiani e stranieri, alla valutazione degli Istituti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Il Panel di valutazione di cui facevo parte si è occupato degli Istituti facenti capo al Dipartimento Terra e Ambiente. Il processo di valutazione è stato organizzato in modo che ogni Istituto fosse soggetto alla valutazione di almeno due Panel di valutazione. Leggi il resto dell’articolo

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